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Redazione

Non vedo l’ora di toccare la “mia” terra, rivedere i “miei”paesaggi, le “mie” chiese, la “mia” gente” di Kafue, dopo dieci o anche venti anni. Ho guidato con prudenza e lentamente come per gustare i cambiamenti, in meglio o in peggio, sulle strade della città, per arrivare a Shimabala, un piccolo centro agricolo con la prima cappella da me costruita nel 1979, tra le capanne. Terra rossa argillosa, silenzio, piante senza foglie. Ma qualcuno ha sentito il rumore della macchina e lo spiazzo si popola in fretta con urla di meraviglia: «Ma è proprio lui, è vivo, è qui, bambo Antonio».

E’ Tembo il primo a sbucare dalla sua capanna accanto alla chiesa, era un ragazzino, ora ha sei figli e tanto terreno da coltivare. Con lui inizia la tipica stretta di mano con le dita che s’intrecciano tre volte, come per esprimere la gioia di rivedersi dopo tanto tanto tempo.

Entro nella piccola chiesa e ringrazio Dio anche per Jonas Phiri, quel ragazzetto cresciuto lì e ora sacerdote da due mesi! Mi aveva scritto: «Questo prova che il seme da Lei piantato sta producendo frutti…. Io sono uno dei bambini dell’asilo intestato a sua mamma Giuditta!».
Dolci colline mi separano ancora dalla cittadina di Kafue, che attraverso quasi in punta di piedi. Che tristezza nella sua parte industriale di Estate: le ditte sono chiuse o lavorano al minimo, le strade sono una buca sola, lo stadio del calcio ha solo le gradinate e le due porte, le case sono sporche, i negozi sono all’aperto e di verde non c’è nemmeno l’ombra. Come mai? Investimenti sbagliati? Incapacità di conduzione?

C’è però vita nella parte della Town, con il piccolo commercio fiorito ovunque, tanto da invadere un campo di calcio, trasformato in stazione per pullman e pulmini, con tutto un movimento di merci e di persone. Belle e vive sono però tutte e due le parrocchie, proprio partendo dalle loro chiese che vedo ben tenute e colorate con murales biblici interessanti.

Incontro Joseph , uno dei disoccupati della ditta di tessitura. Mi parla del suo cammino da quando aveva lasciato il villaggio negli anni settanta fino ai suoi 5 figli. Come si sostiene? Lavora in parrocchia come autista e tuttofare : meccanico, catechista, animatore sportivo. E’ un po’ stempiato, ma molto sereno.

Incontro Madre Dolores, oltre i sessant’anni. E’ nel suo convento sulla collina di fronte alla chiesa di Kafue Town. Ci sono delle crepe nella casa, quella costruzione fatta proprio “alla spera in Dio”, durante la mia permanenza. Però di Suore ne sono passate, sempre più coinvolte nella vita pastorale e sociale, oltre alle varie aspiranti e novizie che qui hanno fatto il loro tirocinio formativo. Perdura la fatica di trovare fondi per andare avanti, ora che c’è anche la scuola per gli orfani a causa dell’Aids.

Velocemente incontro mister Luhana, elegante direttore di una scuola elementare statale… Sempre in forma sportiva, fin dai tempi in cui fondavamo la prima Lega Calcio Provinciale. Ha sempre passione per il calcio ma anche tanta per la sua scuola che continuamente rinnova e stimola, sognando di poterla “allungare” fino al liceo.

DUE NUOVI OSPEDALETTI
Spicca come cartellone pubblicitario a grandi dimensioni la scritta in inglese “Together is possibile" (Insieme si può). Questo slogan ti viene incontro mentre ti avvicini al nuovissimo ospedaletto di Kafue, nitido, elegante. E’ frutto di tanti sforzi coordinati dai missionari, dalla popolazione, dal governo zambiano e dalla Diocesi di Milano. Ruota attorno alla cappella ecumenica delle Beatitudini, risponde alle esigenze primarie della cittadina ed è guidato dall’unica dottoressa presente, l’olandese Astrid. Mi fermo accanto a un giovane ammalato gravissimo, mi riconosce e abbozza un sorriso.

L’altro ospedaletto è su una collina lungo la strada provinciale ed è conosciuto come “l’ospedale di Milingo”, frutto dei contributi di tanti ammalati italiani che si sono sentiti guariti e aiutati da Monsignor Emanuel Milingo, arcivescovo emerito di Lusaka. Non ha dottori stabili, ma è in continuo contatto con l’ospedale principale della città che manda regolarmente tecnici di laboratorio e medici. Ho trovato la suora responsabile, Moomba, una ragazza dei tempi che furono. Mi chiede subito un aiuto: «Mi traduca dall’italiano queste istruzioni, dobbiamo potenziare la linea elettrica grazie a questo strumento che dobbiamo collegare…». E’ bello essere utili anche in una piccola cosa che serve a trasmettere energia agli ammalati.

Scatto foto qua e là con la macchina digitale, ma alla fine perderò il dischetto-memoria. Le immagini però restano stampate nei miei occhi. Ricordo le infermiere, ragazze della zona, fiere nelle loro bianche divise.

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