Pubblichiamo ampi stralci del primo saluto indirizzato dall’Arcivescovo alla Chiesa ambrosiana dopo la sua nomina da parte di Giovanni Paolo II (29 dicembre 1979) e prima del solenne ingresso in Diocesi (10 febbraio 1980)

di Carlo Maria MARTINI
da «Il Segno» - febbraio 2020

Monsignor Martini saluta la folla accorsa in piazza Duomo al suo ingresso
Monsignor Martini saluta la folla accorsa in piazza Duomo al suo ingresso

Ecco dunque il primo sentimento con il quale vengo a voi: la gioia e la gratitudine perché mi è dato partecipare alla ricchezza di questa Chiesa. Ricchezza che non è un bene astratto o generico, ma è data oggi dalla fede vissuta, dalla preghiera, dalla cordialità, dallo spirito di sacrificio, dalla fraternità e dall’amicizia dei milioni di uomini e donne che mi vengono e mi verranno incontro pronti a uno scambio sincero di doni spirituali.  A questi sentimenti si unisce in me una serenità di fondo, che non è basata su facili e ingenui ottimismi o sul chiudere gli occhi di fronte ai momenti gravi e dolorosi che stiamo attraversando nella nostra società, bensì sulle motivazioni che mi spingono a venire tra voi per associare la mia vita alla vostra. […]

Vengo dunque in spirito di obbedienza alla volontà di Dio manifestatami dal Santo Padre Giovanni Paolo II, al quale desidero esprimere qui tutta la mia devozione filiale. Insieme con lui rievoco la memoria dei Pontefici che sono stati particolarmente legati alla Chiesa ambrosiana, Pio XI e Paolo VI. Quest’ultimo Papa soprattutto ha significato molto per la mia vita: l’ho ammirato, stimato e amato, e sono contento di continuare a Milano quello che fu un giorno il suo servizio pastorale, com’era già stato quello del cardinale Schuster. […]

Che cosa mi attendo? Ovviamente attendo e desidero una corrispondenza, una risonanza nei vostri cuori del dialogo di fede, che si esprimerà con parole e gesti nella preghiera comune e nell’incontro. […]

D’altra parte non mi nascondo che le situazioni nelle quali siamo chiamati a operare sono complesse e difficili. Molte cose non dipendono unicamente da noi o dalla nostra buona volontà. Vi sono poi tutti i limiti del temperamento, dell’educazione ecc. Bisogna perciò aspettarsi anche delle difficoltà. Ma esse non intralciano il cammino della parola di Dio.  Anzi noi sappiamo che il Vangelo è stato proclamato fin dall’inizio in situazioni drammatiche e confuse. Gesù ha operato in un tempo e in una terra gravidi di malintesi, e ha pagato con la vita il suo coraggio di predicare la parola in tali circostanze. Ma niente può arrestare la corsa della parola di Dio. Gesù Risorto vive in noi e continua in noi a predicare il suo Vangelo. È pensando a queste cose che ho scelto come motto episcopale una parola di san Gregorio Magno nella Regola pastorale. Egli ricorda come Gesù è fuggito di fronte alla richiesta di coloro che volevano farlo re, ma si è offerto liberamente a coloro che lo cercavano per farlo morire. Di qui san Gregorio deduce che il pastore deve pro veritate adversa diligere et prospera formidando declinare: «Per la verità amare le avversità ed essere cauti e guardinghi di fronte al successo».

È vero che ciascuno di noi è piuttosto portato a fare il contrario di ciò che san Gregorio ci dice. Noi amiamo il successo, desideriamo l’approvazione di tutti, la critica e la contestazione ci disturbano. Portiamo dentro di noi piuttosto le paure di don Abbondio che non il coraggio del cardinale Federigo. Solo la grazia del Vangelo, quella che trionfa della paura della morte, è capace di farci superare ogni riguardo umano, facendoci contemplare la verità di Dio manifestata in Gesù Cristo, fatta nostra nello Spirito Santo. Lo Spirito trasforma la nostra vita e ci rende capaci di amare talmente la verità del Vangelo da mettere da parte, per amore di essa, anche la paura di non riuscire. È soltanto a partire da un cuore così liberato che è possibile praticare la giustizia fino in fondo, amare anche coloro che non ci amano, salutare coloro che non ci salutano, perdonare le offese e pregare per quelli che non ci capiscono o ci avversano. È questa verità del Vangelo che ci libera dall’inquinamento della possessività, dell’ambizione e dell’orgoglio, e che ci rende capaci di servire i fratelli con prontezza e disinteresse. Sono queste le grazie che chiedo per me insieme con tutti coloro che vogliono unirsi alla mia preghiera in questo giorno del mio ingresso. La Madonnina che veglia dall’alto del Duomo interceda per noi e ottenga a me e a tutti i sacerdoti, ai chierici, ai religiosi e alle religiose, a tutti coloro che collaborano in qualunque modo alla diffusione della parola, a tutti i credenti di questa diocesi, in particolare ai sofferenti, lo spirito di fede e la libertà interiore che permettono di scorgere in ognuno dei nostri fratelli il volto di Cristo.

Non dobbiamo infine dimenticare che ciascuno dei problemi della nostra Arcidiocesi ha relazione con tanti altri problemi che preoccupano gli uomini e le donne di ogni parte della Terra. Nello sforzo di risolvere i problemi locali bisogna perciò tener presenti le situazioni universali di povertà, di ingiustizia, di sofferenza nelle quali si trovano innumerevoli nostri fratelli in ogni parte del mondo. Nel promuovere la nostra fede dobbiamo tener conto di tutte le situazioni di presenza o di carenza di fede che caratterizzano la Chiesa universale e tutti gli uomini che cercano Dio; tener presente non soltanto la situazione italiana ed europea, ma tutto il mondo. […]

Termino con la menzione di tre città particolarmente a me care, che sono simbolo e strumento di questa unità tra gli uomini. La prima città è Gerusalemme, così come la Bibbia ce la presenta, nella sua storia e nel suo futuro, come luogo di riunione per tutti i popoli, nella visuale della Gerusalemme che viene dal cielo. […] All’interno della storia compete poi alla città di Roma un ruolo tutto speciale. Essa, come sede di Pietro, è il segno e lo strumento concreto dell’unità di tutti i cattolici, e ad essa guardano con crescente fiducia anche tanti altri credenti in Cristo. […] Ma anche la terza città, cioè la nostra Milano, ha in questo quadro una funzione unificatrice imprescindibile. Essa è stata nei primi secoli della Chiesa un luogo di incontro tra la teologia e la spiritualità dell’Oriente e dell’Occidente. Sant’Ambrogio ha fatto conoscere e ha adattato alla mentalità del suo tempo le grandi intuizioni bibliche e teologiche di Origene, san Basilio, san Gregorio Nazianzeno e san Gregorio Nisseno. […]

In seguito Milano ha soprattutto operato come centro di scambio e di confronto tra gli stimoli spirituali e operativi venuti dal nord Europa e il modo di vita e di pensiero proprio delle popolazioni mediterranee. Questa funzione di luogo e di incontro e di valutazione tra mentalità, culture, modi di vita di attività diverse tra loro, rimane imprescindibile per l’avvenire e l’equilibrio dell’Europa, e deve continuare a manifestare la sua forza creativa e comunicativa, come ha già fatto per il passato, anche per le altre regioni del mondo. […]

Ma solo a partire da un respiro universale, che sappia valutare ogni singola situazione nell’ambito di un quadro umano molto più vasto, e alla fine cosmico, è possibile discernere con serenità ed equilibrio tutto ciò che va fatto urgentemente ed efficacemente in relazione alla qualità della vita, alla conservazione e miglioramento dell’ambiente, alla promozione culturale e alla mutua intesa tra tutti. 

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