L’intervento del vicepriore nell'ultimo seminario del ciclo che il Centro San Fedele e la Caritas Ambrosiana hanno dedicato ai temi di Expo

di Claudio URBANO

Luciano Manicardi

Scarafaggi fritti, serpenti bolliti e altre stranezze alimentari. Coltivazioni sostenibili e ricette tipiche. Si presenteranno (anche) così le diverse culture dell’alimentazione che incontreremo a Expo 2015. Ma può bastare tutto questo per cogliere le dimensioni più profonde legate al cibo? L’attenzione all’ambiente e alla giustizia alimentare sono l’aspetto esteriore, globale del nostro rapporto con l’alimentazione. Un rapporto che è fatto soprattutto di gesti quotidiani, ripetuti, e carichi di valenze simboliche. Perché l’atto del mangiare è una delle più immediate modalità di rapporto col mondo, perché quando ci sediamo a tavola lo facciamo non solo per nutrirci, ma anche per prendere qualcosa che noi stessi abbiamo preparato, per stare insieme agli altri. Ha delineato questa catena di significati, giovedì 20 novembre, il vicepriore della comunità di Bose Luciano Manicardi, nel suo intervento nell’ultimo seminario del ciclo che il Centro San Fedele e la Caritas ambrosiana hanno dedicato ai temi di Expo.

L’atto del mangiare ha dunque una valenza simbolica: è alla base della sopravvivenza, ma, quando ci accostiamo a tavola con desiderio, ci coglie anche nel nostro rapporto col mondo, rinvia alla nostra identità, investe il nostro aspetto affettivo e relazionale. Quando ci sediamo a tavola, anche se il più delle volte naturalmente non ci pensiamo, siamo solo nell’ultimo, culminante momento di un lavoro collettivo di “raccolta”, trasformazione e preparazione del cibo. E il pasto è anche luogo di convivialità, di creazione di amicizia, di fraternità. A tavola – e forse è questo il motivo per cui ci sediamo insieme – non si condivide solo il cibo, ma anche parole, discorsi, sorrisi, si “nutrono” le relazioni. Si fa dunque ciò che dà senso a quella vita che è, appunto, sostentata dal cibo.

Per questo è decisivo il modo in cui ci accostiamo al cibo, tanto che in tutte le religioni si benedice la tavola e si ringrazia prima di mangiare. Lo si fa, spiega Manicardi, per riconoscere che non siamo soli davanti a un piatto di pasta, che tra noi e il mondo c’è un Altro che è Signore di tutti. Solo attraverso il ringraziamento, dunque, possiamo accostarci al cibo senza uno spirito di appropriazione, ma ricevendolo come qualcosa che è destinato a tutti. Nel ringraziamento davanti al cibo troviamo quindi le radici stesse dell’etica cristiana, che invita a rapportarsi al mondo con gratitudine riconoscendo i doni ricevuti, e quindi a relazionarsi agli altri con gratuità. Un atteggiamento che, oltre al nostro rapporto col cibo, può dunque informare anche tutti i nostri rapporti personali, come quelli comunitari e sociali.

Ma è possibile scorgere la dimensione antropologica del cibo, il suo aspetto di comunione, anche nei veloci pasti di tutti i giorni? Secondo Manicardi, è importante resistere al rischio di erodere lo spazio e il tempo dedicati al mangiare, riducendo così i pasti solo al loro aspetto funzionale, e ricordarsi della dimensione comunitaria. È importante per esempio ricostruire il nucleo familiare attorno alla tavola, dove ci si attende e ci si scambia qualcosa. Se manca questa dimensione di comunione, osserva il vicepriore di Bose, dobbiamo riconoscere che l’individualismo si è inserito anche nella famiglia, ridotta solamente a uno spazio al servizio dell’individualità di ciascuno e non sentita, invece, come un ambito al quale si appartiene.

La dimensione della gratuità potrebbe, infine, essere anche la chiave per interpretare la nuova sensibilità per il cibo cresciuta in questi anni, con la ricerca della genuinità e della lentezza del mangiare. Se non è solamente un nuovo business, osserva Manicardi, in questa tendenza può esserci il recupero di una dimensione antropologica costitutiva del mangiare. Occorre infatti dare tempo ad atti prettamente umani, come il cibarsi insieme, perché in essi l’uomo possa edificarsi come persona e in relazione. Se dunque, insieme alla rinnovata attenzione al cibo e alla sostenibilità, trovano posto anche questi aspetti, allora – conclude Manicardi – questa tendenza può essere importante anche dal punto di vista culturale, etico e spirituale. E, forse, guardare alla cultura alimentare dell’“altro” non sarà più solo un fatto di semplice curiosità.

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