Volti, incontri, storie sull'antica via che porta alla cattedrale dove si venerano le reliquie dell'apostolo Giacomo, in Galizia. Terza tappa: Agès-Leòn (193 km)

Testo e foto di Chiara DE CARLI

Sta giungendo quasi a termine la terza settimana di pellegrinaggio verso Finisterre. Finalmente, ho superato la metà del mio tragitto e non posso che ritenermi soddisfatta. Dicono che questa sia stata uno dei tratti più pesanti: insieme ai miei compagni di viaggio, ho attraverso le terre della Meseta, l’altopiano più antico della Spagna, in cui puoi si varcano distese infinite di campi di grano, dove crescono girasoli e si coltivano anche altri cereali, come il malto per la birra. La mia mente è stata catapultata nei paesaggi della nostra Pianura Padana, luoghi in cui si è devoti e rispettosi della natura, perché unica fonte di sostentamento. In questo pezzo di tragitto non è per nulla difficile lasciare andare la propria mente e perdersi contemplando il creato. Sembra quasi di ritornare bambini, lo stupore e la meraviglia tornano a essere protagonisti, quando ti fermi a osservare i colori di una farfalla o rimani senza parole di fronte alla distesa dei campi, godendo della pace e del silenzio che vi regnano.

Ogni dieci km incontri un paesino, le persone ti salutano, ti sorridono e ti augurano “buen camino”. È una festa tutte le volte, sembra quasi che ognuno voglia partecipare nel proprio piccolo al tuo pellegrinaggio.

Dopo tre settimane, durante le quali, di giorno in giorno, abbiamo cambiato posto in cui dormire, ho imparato che questo spirito di fraternità e di amicizia che si viene a creare tra le persone, spesso viene rovinato da chi specula sui pellegrini. A volte, con soli 7 euro, dormi in posti da favola, oppure ostelli gestiti da volontari che richiedono solo un’offerta, perfettamente adeguato allo spirito originale del cammino. Altri, invece, sembrano dimenticare che dietro lo spirito di adattamento che il pellegrino porta con sé, c’è una persona, che ha scelto questo tipo di esperienza per fare un po’ di chiarezza nella propria vita, anche perché stanco di questi modi di fare, che spesso si trovano nella nostra società.

Quindi, il cammino di Santiago appare sempre più come una metafora di vita, in cui si apprende in fretta dai propri sbagli, in cui si ha il tempo di riflettere sulla propria personalità, su ciò che appesantisce la nostra esistenza e che ci impedisce di spiccare il volo. Come il giorno in cui ho dovuto abbandonare ai piedi della croce le mie scarpe da ginnastica, che messe impropriamente un giorno, mi hanno causato una infiammazione del tendine. Ho compreso che è giusto eliminare senza esitazione ciò che procura dolore, senza portarmelo appresso come un fardello pesante. Ho imparato a riconoscere i luoghi pieni di amore, come i dormitori  messi a disposizione dai conventi delle suore a Carriòn de los Condes. Lì, nel corso della celebrazione della messa del pellegrino ci hanno affidato un messaggio importante: “guardate sempre verso le stelle e lasciatevi guidare dalla Luce del Cielo”.

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