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Redazione

Sta sfiorando i novant’anni l’Arcivescovo emerito Monsignor Adrian Mung’andu. E’ quasi fermo in poltrona, ma ha occhi aperti e parole sagge. Ci siamo incontrati tante volte anche in Italia, ma ora non riesce più a volare. Quante domande mi ha fatto sui miei familiari, sulla nipote Giovanna Maria. «Davvero è mamma e come si chiama il suo bambino?».

Ha un sogno: poter vivere almeno un anno ancora ed essere presente all’apertura della nuova Cattedrale (nella foto in alto, a sinistra), quella voluta dal suo amico Papa Giovanni Paolo II. Sono convinto che ce la farà.

In piedi, a braccia aperte, mi sta aspettando il suo successore, monsignor Medardo Mazombwe: sono suo ospite e mi sento un po’ confuso, vuole ricambiare l’accoglienza che sempre ha avuto da me in Italia, nelle mie parrocchie di Cologno Monzese, Milano Greco e Seveso Altopiano…

E’ lui a indicare il programma dei miei giorni africani, i suoi impegni diventano i miei, i suoi incontri i miei incontri, le sue vacanze le mie vacanze.

Si comincia con un funerale “speciale”: quello del Vescovo di Monze, Mons. James Corboy. Veramente è morto nel novembre 2004 in Irlanda, ma i “suoi” diocesani hanno voluto fortemente che venisse sepolto nella “sua” diocesi, quella che ha fondato nel 1962 e guidato per trent’anni. «E’ uno di noi e deve stare con noi, qui in terra d’Africa!».

Duecentocinquanta chilometri su una strada discreta, toccando Mazabuka, la cittadina avvolta dal verde della sua estesissima piantagione di canne da zucchero. L’autista è l’Arcivescovo stesso, tutto fila liscio e si ha tempo per chiacchierare e per dire il Rosario un po’ in inglese e un po’ in africano. E’ già buio quando raggiungiamo la casa del Vescovo “bianco milanese” Monsignor Emilio Patriarca, uno del mio gruppo, con cui ho condiviso otto anni di vita missionaria. La cittadina è nel buio per un black out, ma l’ospitalità è sempre grande dappertutto, anche a lume di candela. 

La serata sarà stranamente lunga: c’è la veglia di preghiera nella cattedrale diventata camera ardente. Conosco i ritmi dei funerali africani: canti, preghiere, discorsi, poi birra leggera attorno al fuoco e canti ancora fino all’alba. Faccio anch’io la mia testimonianza, ricordando bene quel Vescovo irlandese che nel 1985 mi ha servito una calda ristoratrice tazza di tè, dopo essersi asciugato il sudore, zappando nel suo orto dietro la Curia! «Sta forse zappando anche in paradiso?».

Non ce la faccio a vegliare tutta la notte, anche perché nella cattedrale riconosco Suor Gabriella e suor Caterina: hanno i capelli bianchi che sbucano dalla cuffia, ma sono sempre loro, da trent’anni in continuo movimento da una missione all’altra, sempre con freschezza e fantasia.

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