Redazione

Prima di andare all’aeroporto di Tirana, facciamo un salto dal direttore della Caritas Albania. Sorpresa, non è un sacerdote: è un laico, si chiama Tom Preku. Abbiamo da imparare molto dalla Chiesa albanese, mi viene spontaneo pensare. In Italia ne deve passare ancora di acqua sotto i ponti prima che un incarico così importante sia affidato ad un laico.

Seconda sorpresa, mi spiega che è venuto il momento per gli albanesi di organizzarsi per essere loro stessi i primi a intraprendere iniziative di solidarietà verso chi è più povero. Non vi devono più solo essere aiuti dall’estero. La solidarietà non può più essere solo degli altri, ma anche degli albanesi. Tom non mi fa l’elenco dei problemi per evidenziare che c’è bisogno di aiuti internazionali, anche se ce n’è ancora un gran bisogno. Il suo discorso è invece incentrato su quello che possono fare gli albanesi per gli albanesi.

Nel pomeriggio sono sui cieli dell’Albania. Riesco a distinguere i laghi del nord. Mi spiace tornare a casa, perché mi rendo conto che ho conosciuto poco gli albanesi. Penso a don Antonio e al fatto che ha insistito molto perché andassi a trovarlo: non tanto per raccontare quello che lui fa, ma perché raccontassi di un popolo che lui ama. Perché raccontassi di uomini e donne che aspirano a una vita migliore. E con i quali, grazie alla presenza di don Antonio fra loro, siamo chiamati a fare un pezzetto di cammino insieme.

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