L’intervento del cardinale Scola all’inaugurazione della sede cittadina della Fondazione Oasis: «Non ci sono bastioni da abbattere, ma strade da percorrere». In una realtà come Milano, «l'unica vera metropoli italiana», l'incontro e il dialogo tra persone di fedi diverse sono inevitabili

di Francesca LOZITO

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Apre a Milano la nuova sede della Fondazione Internazionale Oasis, voluta dal cardinale Angelo Scola nel 2004 per promuovere l’incontro tra cristiani e musulmani in una prospettiva di conoscenza reciproca. Nell’epoca di quello che l’Arcivescovo di Milano ama definire «meticciato di civiltà». Ieri sera in piazza San Giorgio, proprio lì dove la Fondazione avrà la sua prospettiva su Milano, la presentazione alla città in un incontro coordinato da Maria Laura Conte e Martino Diez, direttori di Oasis. Una sala gremita, prima testimonianza che il bisogno e la necessità di parlarsi tra fedi diverse è qualcosa di molto sentito perché, come è stato più volte sottolineato, occorre lavorare assieme e in modo concreto.

L’Arcivescovo spiega il senso, dunque, della sede a Milano: «La prima intuizione che fece nascere Oasis fu a Damasco nel 2000. Il Nunzio invitò a un incontro i vescovi dei sette riti presenti lì. Questi mi attaccarono, in qualità di rettore della Lateranense, perché sostenevano che non facevamo niente di solido per loro. In questi tredici anni abbiamo voluto aiutare le nostre realtà di cristiani con una particolare attenzione soprattutto alle minoranze presenti nei Paesi musulmani, a conoscere l’Islam. Siamo oggi consapevoli che guardare solo all’Oriente è limitativo, perché i problemi sono gli stessi». In Europa, secondo il Cardinale, «c’é una grandissima indifferenza nei confronti di questo problema: se si pongono a un cristiano medio delle domande sull’Islam si ottengono delle risposte tragiche». Lo afferma così senza mezzi termini l’Arcivescovo, proprio come una urgenza e una necessità di cui «prendere coscienza». A partire dalla presenza concreta di donne, uomini e bambini di fedi e religioni diverse tra noi, nelle comunità cristiane, anche a Milano.

Lo ha ricordato il professor Paolo Branca, che insegna islamistica all’Università Cattolica del Sacro Cuore e da pochi giorni è responsabile del dialogo con l’Islam per la Diocesi, facendo degli esempi molto concreti: «Nella diocesi di Milano ci sono tantissimi bambini musulmani che crescono negli oratori. Un dato molto interessante è la scelta di non chiedere l’esonero nelle scuole dall’insegnamento della religione cattolica da parte del 15% di questi piccoli, che vogliono restare con i loro compagni in aula».

Milano, dunque, come luogo in cui l’incontro accade già da un po’ perché – come ha sottolineato ancora l’Arcivescovo – è «l’unica vera metropoli italiana» ed è per questo inevitabile che accada qui l’incrocio tra persone di fedi diverse. Spetta poi ai cattolici italiani, per la loro sensibilità tradurre concretamente questa presenza in percorsi pastorali, che, secondo l’Arcivescovo, come ribadito già durante la Messa crismale del Giovedì santo, non devono essere visti «come bastioni da abbattere, ma come strade da percorrere». Un monito che viene da un versetto del Vangelo di Luca che dice, in modo molto essenziale: “Il campo è il mondo”.

Mondo che guarda a Milano dal Medio Oriente in un movimento dunque inverso a quello pensato fino a oggi, come ha ribadito il professore di geopolitica della Cattolica Riccardo Redaelli: «Dentro l’Islam – spiega – ci sono tendenze di radicalismo, ma non si tratta di scontri di civiltà. Il Medio Oriente, come Milano sono realtà plurali. Il Medio Oriente è sempre stata una terra di meticciato in cui stavano cristiani, ebrei, musulmani. Oggi è in atto un tentativo da parte di alcune minoranze integraliste di cancellare queste differenze, di ridurre tutto a un unico colore. Il Medio Oriente, invece, deve conservare queste differenze e Milano nello stesso tempo deve comprendere che la pluralità non fa paura. La città deve difendere questo arricchimento comune».

Perché è la storia di Milano, che spinge ad avere questo coraggio del meticciato, ricorda Marco Garzonio, editorialista del Corriere della sera e presidente della Fondazione Ambrosianeum: «Occorre avere sogni e capacità di riflettere – ha detto – che non vuole dire altro che fare cultura. Occorre vedere la complessità, avere la capacità di sperimentare e infine, “tornare ai giorni del rischio” come affermò padre David Maria Turoldo, proprio a Milano nei difficili anni Ottanta».

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