Giovedì 11 novembre in Cattolica giornata di studio sull’esperienza educativa passata e presente, in vista del rilancio. Partecipa l’Arcivescovo. Parla don Stefano Guidi

di Luisa BOVE

oratorio estivo

«Oratorio, una profezia che si rinnova», non è solo il titolo della giornata di studio che si terrà giovedì 11 novembre in collaborazione con la Diocesi e l’Università cattolica (sede dell’evento), ma è l’impegno e la sfida che ancora una volta la Fom assume per il bene dei ragazzi di oggi, uomini di domani. E non è la prima volta che questo avviene, come spiega il direttore don Stefano Guidi. Ad aprire i lavori sarà l’arcivescovo Mario Delpini e l’occasione è l’anniversario della morte del cardinale Ferrari: «A distanza di oltre 100 anni vogliamo ricordare il suo magistero, sia pastorale sia sociale, che ha influito non poco nella storia della nostra Diocesi e in modo particolare degli oratori milanesi».

Perché?
A lui dobbiamo la scelta profetica di istituire in ogni parrocchia della nostra Diocesi due oratori, uno maschile e l’altro femminile. È seguita la stagione di riflessione condivisa a partire dagli oratori della città di Milano, che ha portato alla scrittura dello Statuto degli oratori maschili della città e a creare un organismo di coordinamento degli oratori che ha poi generato la Fom, Federazione degli oratori milanesi, poi diventata Fondazione.

Il contesto allora era molto diverso…
Certo. Dobbiamo considerare il tempo in cui ha vissuto l’arcivescovo Ferrari e la scelta di rilanciare l’oratorio in Diocesi come risposta alla situazione culturale così particolare. È molto interessante leggere nello Statuto del 1904 le ragioni che spinsero il Cardinale a rilanciare gli oratori diocesani. Il motivo è che stavano vivendo una scarsità di frequentazione. Questo ci avvicina a una realtà che noi conosciamo molto bene: siamo in una stagione in cui l’oratorio sta cambiando molto e non di rado questo cambiamento è accompagnato da veri e propri vuoti di adesione alla proposta oratoriana. La risposta all’epoca non fu la rinuncia e la chiusura, ma un rilancio propositivo e costruttivo che ha toccato almeno tre direttrici fondamentali.

Quali?
La socialità dell’oratorio. Così come l’ha pensato Ferrari, l’oratorio deve essere aperto alla dimensione sociale della fede, non un mondo parallelo, ma spazio aperto alla società che tocca un modo di abitare la dimensione sociale. La seconda, più intima e profonda, è la spiritualità, quindi l’oratorio come modalità di annuncio del Vangelo ai più giovani. E la terza direttrice, che troviamo nel primo Statuto, è l’attenzione all’educazione corporea: Ferrari dedica due pagine alla ginnastica, oggi per noi l’attività sportiva. Questo sorprende, pensando alla mentalità dell’epoca: l’Arcivescovo aveva una capacità di lettura sociale e pastorale straordinaria, che noi vogliamo ricordare e celebrare, lasciandoci ispirare da questa profezia educativa per rilanciarla nel tempo presente.

L’oratorio sta cambiando. Crede che la pandemia abbia contribuito a creare il vuoto e a produrre una trasformazione?
La pandemia c’entra sicuramente con tutto quello che viviamo. Non ha creato un contesto culturale nuovo, forse è in via di configurazione, però possiamo dire che ha contribuito a esplicitare questioni culturali, antropologiche e spirituali. Questo è il primo fattore di cambiamento. Ci stiamo misurando da anni sulla rivoluzione antropologica e culturale, poi c’è l’aspetto individualistico che mette alla prova forme tradizionali dell’esperienza di fede. Oggi questi tre fattori provocano l’oratorio in maniera profonda.

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