Redazione

Come costruire oggi gli edifici religiosi?
Partire da zero?
Rispettare la tradizione?
Andare incontro alle esigenze dei fedeli?
Scarto decisamente le prime due ipotesi.
Non si deve partire da zero,
nè la tradizione deve costituire una pesante ingessatura.
La terza ipotesi mi risulta più stimolante.

In un’epoca travagliata come la nostra occorrerebbe attingere ad alcune esperienze del passato. Per molte costruzioni l’edificazione ha costituito un evento partecipato e certamente sentito anche dalla base dai fedeli. Come membro della mia comunità voglio una chiesa che ne interpreti lo spirito vitale. Pertanto l’architettura deve comprendere la religiosità del suo tempo, che sebbene radicata nella tradizione non si può certo definire immutabile.

Una grande sfida è permettere alla comunità il coinvolgimento nella progettualità della propria “casa”, affinché anche lo spazio fisico sia espressione di una fede realmente vissuta e non delle idee, spesso contorte, dell’architetto. Ma come?

Il progettista a cui è affidato questo delicato compito deve anzitutto dimostrare di saper cogliere gli stimoli provenienti dal luogo in cui è chiamato ad operare. Deve saper coinvolgere la comunità perché questa possa produrre dei contributi significativi. Occorre una tensione generale perché anche le corde dell’anima producano suoni.

Ci sono chiese il cui spazio comunica una profondo senso di religiosità. Certe “pietre” e certi “muri” hanno questo potere. Tutti noi abbiano almeno una volta respirato quel grande alito di vita che alcuni edifici religiosi sanno trasmettere. E non solo visitando i grandi monumenti, le grandi chiese o le grandi cattedrali; ma anche le piccole pievi e le chiesette apparentemente insignificanti. Lì dobbiamo cercare.

Non si tratta quindi di scegliere quale forma adoperare e che tipo di sviluppo linguistico, perché lo spirito vitale della religiosità non appartiene ad uno specifico tipo architettonico.

Con la mia famiglia spesso trascorriamo i fine settimana a Lanzo d’Intelvi dove abbiamo una casa di villeggiatura. Quelle domeniche sono particolarmente felice di recarmi alla Messa presso la chiesa di Santa Maria a Scaria che è un piccolo gioiello settecentesco. Il bello che mi circonda solleva e stimola il mio spirito religioso, esattamente come nei più blasonati monumenti religiosi di ogni epoca.

Voglio concludere questa breve riflessione sul tema ricordando il tributo che Modena ha dato al suo “capomastro” quale mirabile interprete delle tensioni religiose della città. Un’epigrafe lo ricorda quale maximus artifex. Quali architetti del futuro potranno mai ricevere tanto?

Marco Cesana
architetto

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