Empori e Botteghe solidali danno una mano per la spesa, i Fondi diocesani assicurano un sostegno, ma le restrizioni pesano sui più poveri e meno tutelati. I disagi degli anziani e degli studenti. Gualzetti: «Oltre alla curva dei contagi guardiamo quella del malessere sociale»

di Francesco CHIAVARINI

Emporio solidarietà

Lisa, 49 anni, è tornata a fare la spesa all’Emporio della Caritas di Garbagnate Milanese. Dopo la fine del lockdown, le vicine di casa l’avevano richiamata in servizio. Piccoli lavori domestici, tutti in nero, ma che le consentivano di stare a galla. Poi è arrivato il nuovo lockdown e delle sue tre clienti ne è rimasta una. «Prendo 100 euro al mese, 200 me li passa il mio ex marito per il mantenimento di nostro figlio. Ma anche se posso fare la spesa gratis grazie alla Caritas, non riesco più a pagare l’affitto (400 euro al mese) e la mensa del bambino – scuote la testa -. Ho fatto domanda per il reddito di cittadinanza, ma sto ancora aspettando una risposta. Nel frattempo accumulo debiti su debiti. Sono sempre più arrabbiata. E non so più con chi prendermela. Bisogna fermare il contagio, d’accordo, ma io così non ce la faccio…».

Dopo l’impennata di contagi la Lombardia è stata dichiarata zona rossa. La locomotiva d’Italia ha dovuto spegnere di nuovo i motori. E anche se per il momento non ha ancora staccato la spina, la frenata è stata di nuovo un duro contraccolpo per gli ultimi della fila. Dalla metà di ottobre a oggi, in un mese esatto dal Dpcm con il quale il Governo ha imposto le prime limitazioni alle attività economiche nel tentativo di rallentare la corsa del Covid 19, hanno ricevuto la tessera a punti, con la quale si può fare la spesa gratuitamente negli Empori e nelle Botteghe solidali, 672 nuove famiglie, che hanno fatto salire così a oltre 9 mila i beneficiari di questa rete di protezione, dimostratasi fondamentale già nel corso del lockdown di primavera.

Hanno ripreso a salire anche le domande di aiuto al Fondo San Giuseppe voluto dall’Arcivescovo, che sinora ha permesso di distribuire oltre 3 millioni di euro a 1700 famiglie che hanno perso il lavoro durante il lockdown: dopo un calo nei mesi di agosto e settembre – quando con 54 domande si era toccato il punto più basso -, sono state 228 a ottobre. E sono tornate a crescere anche le richieste di aiuto per il pagamento delle bollette e dell’affitto: nei primi 15 giorni di novembre ne sono state registrate già 60 al Fondo di assistenza diocesano e il numero quotidiano di richieste fa presuppore che entro la fine del mese si raggiungerà il livello massimo toccato in primavera.

«Insieme alla curva dei contagi, occorre però guardare anche alla curva del malessere sociale, che le restrizioni inevitabilmente creano e che purtroppo pagano, come abbiamo imparato nel primo lockdown, i lavoratori meno qualificati, con contratti più deboli o nessun contratto, in una parola i più poveri e meno tutelati», spiega Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana.

Ma oltre alle difficoltà economiche il lockdown ha prodotto anche sofferenze più sottili. Case bianche di via Salomone 52. Al quinto piano Maddalena, 73 anni, è seduta davanti alla finestra. Attraverso i vetri guarda giù i radi passanti che girano per le strade. Quando si stanca, afferra il deambulatore, attraversa il salotto e va in cucina: da lì lo sguardo può spaziare fino alla tangenziale. Da quando lo Spazio Anziani, gestito dalle parrocchie e dal Comune, ha dovuto abbassare di nuovo la saracinesca, è così che passa le sue giornate. I volontari fanno quello che possono per alleviarle il peso di giorni tutti uguali. Stefano Bosi, coordinatore del servizio, le bussa alla porta tutte le mattine per ritirare la cartellina colorata che le ha consegnato il giorno prima. Dentro ci sono un cruciverba, giochi mnemonici, filastrocche, un notiziario auto-prodotto che riassume in termini semplici i fatti principali della settimana e anche l’elenco di tutti i numeri di telefono degli anziani che aderiscono all’associazione.

Tra le tante categorie che hanno sofferto le conseguenze del nuovo lockdown c’è anche quella degli alunni e degli studenti. Un’indagine, condotta a fine maggio tra i ragazzi che frequentano i 302 doposcuola parrocchiali, aveva messo in luce che un ragazzo su due non era riuscito a seguire le lezioni a distanza. Chi non aveva un pc, una connessione efficiente, un genitore disponibile, luoghi adeguati è rimasto indietro. «È un dramma perché le condizioni non sono affatto cambiate in questi mesi e probabilmente per ancora molto tempo non si potrà tornare in classe», conclude Gualzetti che nel frattempo ha lanciato un campagna di raccolta fondi contro il digital divide che ha permesso sinora di acquistare 130 pc da assegnare alle famiglie che ne hanno necessità, individuate dai responsabili dei doposcuola parrocchiali.

 

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