Aumenta sempre più il numero dei cristiani, sia giovani che adulti, uomini e donne, che si ritagliano degli spazi per avventurarsi in un itinerario alla ricerca delle ragioni della fede

Marco VERGOTTINI

Scuola di teologia

 «Filosofia ho studiato, diritto e medicina, e, purtroppo, teologia, da capo a fondo, con tutte le mie forze». All’inizio del poema drammatico di Goethe, così Faust nell’«angusta stanza gotica dall’alta volta» esprime il suo sfogo con quel leider (“purtroppo”): egli forse preferirebbe non praticare teologia, eppure – pare di evincere – non ha potuto farne a meno… Questo apologo può essere utile a introdurci a riflettere sulla domanda di teologia che in questi anni sta lievitando da parte dei fedeli laici che non vogliono rinunciare a intraprendere  un viaggio nella teologia cristiana, considerato come un’avventura avvincente e che vale la pena di affrontare. È questo un tratto che merita una sicura attenzione, poiché – pur con i molti sacrifici richiesti da un’intensa vita professionale o dai doveri della famiglia – aumenta sempre più il numero dei cristiani, giovani e adulti, uomini e donne, che si ritagliano spazi per avventurarsi in un itinerario alla ricerca delle ragioni della fede cristiana. Insomma il «purtroppo» di Faust, si trasforma in un «finalmente» o in un «per fortuna». La scelta di seguire un corso di teologia, o un itinerario biblico, o un percorso sull’arte o sulla spiritualità cristiana assume i tratti di una scommessa. Vale la pena misurarsi a intraprendere un viaggio che certamente comporta sacrifici di tempo e obbliga a ritornare sui banchi di scuola, e tuttavia i benefici che se ne possono trarre sono impagabili. La consapevolezza che sta alla base di questa domanda di teologia nasce dalla convinzione che la scelta della fede non si risolve in uno slancio emotivo o in una decisione privata, ma accetta il cimento di un’argomentazione pubblica, critica e responsabile della verità rivelata dal Dio di Gesù Cristo. È questo uno dei portati più consistenti dell’onda conciliare che in questi cinquant’anni ha sempre più influito sulla coscienza credente, perché i cristiani hanno maturato la promessa racchiusa nell’invito dell’apostolo Pietro di «dare ragione alla speranza che è in noi» (1 Pt 3,15); coltivando la speranza di chi sa di avere incontrato la «buona causa», per cui vale la pena di riconsiderare la questione del «mestiere di vivere» alla luce della vicenda di Gesù, della sua storia singolare e della promessa dischiusa ai suoi: «il centuplo quaggiù e poi la vita eterna» (Mc 10, 29-30). Le proposte di formazione teologica dunque non mancano. Quello che sembra di poter raccomandare è che l’incontro con il vasto universo teologico possa nutrire il gusto di una ricerca personale di maturazione di una fede adulta e consapevole, ma che nel contempo corrisponda ad una consapevolezza missionaria, se è vero che come ricorda una perla conciliare «anche i laici hanno compiti propri nell’edificazione della Chiesa» («Apostolicam actuositatem» 25).

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