Nella consueta cornice di Villa Sacro Cuore si è svolta nella giornata di domenica 19 febbraio la VI sessione del Consiglio pastorale diocesano che ha messo a tema “Il vangelo per una vita buona nell’età di mezzo”. Una riflessione ampia e articolata sulle generazioni intermedie e sulla capacità, da parte delle comunità cristiane, di intercettarne il vissuto quotidiano

di Claudio MAZZA

Consiglio pastorale diocesano

Far conoscere Cristo a tutti è il compito essenziale e incondizionato delle comunità cristiane. E tutti, in virtù del battesimo, siamo chiamati a raccontare Cristo al mondo. Soprattutto agli uomini e alle donne delle generazioni intermedie, che sembrano sopraffatti dal mestiere di vivere. Come ha ricordato l’Arcivescovo, anticipando il tema di questa sessione: «Uomini e donne che normalmente non sono contrari al senso cristiano dell’esistenza, ma non riescono a vederne la convenienza per la vita quotidiana loro e dei loro cari». E questi adulti dell’età di mezzo paiono in gran parte spariti dalla vita ecclesiale odierna.

Il dibattito dalle Zone pastorali al Consiglio

La pastorale ordinaria delle parrocchie ambrosiane già offre numerosi percorsi di accompagnamento e di ripresa dei cammini di fede (nascita, iniziazione cristiana, matrimonio, morte); ma lascia aperta la questione di una comunicazione del Vangelo capace di intercettare le sensibilità degli uomini e delle donne del nostro tempo. È quanto emerso dai lavori svolti nelle sette Zone pastorali, la cui sintesi – portata in sessione da Osvaldo Songini (leggi testo integrale) – era incentrata su tre domande, affidate poi ai lavori di gruppo del pomeriggio: di quali generazioni ci occupiamo, cosa fa la comunità cristiana  e cosa proporre di nuovo.

Alla prima domanda corrispondono le generazioni adulte rispettivamente tra i 30-40 anni e tra i 40-50: non hanno rapporti stabili con la comunità cristiana; non sono ostili, ma indifferenti; spesso annoiati dal linguaggio della Chiesa e considerano l’esperienza religiosa lontana dalla vita reale e da quella personale. A volte sembra affiorare in loro un bisogno di senso, ma è inibito da alcune condizioni: precarietà di lavoro, situazioni affettive irregolari o difficili, carichi di cura rilevanti sulle spalle. La fascia adulta più giovane rivela in materia di fede una forte incredulità. Sono disponibili al dialogo, rispettano il cristianesimo, apprezzano le iniziative di carità ma restano piuttosto chiusi alla Chiesa come istituzione.

Cosa fa, o fatica a fare, la comunità cristiana? C’è particolare attenzione in occasione dei Sacramenti o in particolari circostanze della vita come la malattia e la morte, ma non si riesce a proporre cammini spirituali personali per gli adulti. Qualche risultato positivo viene dai gruppi e movimenti. È però la realtà delle famiglie quella che intesse una trama di relazioni “buone” con maggiori possibilità di intercettare persone lontane dalla vita ecclesiale.

Che fare, quali proposte? Da tutti viene auspicato un ambiente comunitario caldo e accogliente, di vera e sincera condivisione, dove si curi di più la dimensione relazionale interpersonale. Non occorre una pastorale ad hoc ma una “sobrietà” pastorale con alcune attenzioni: saper intercettare meglio le domande di senso delle persone, saper graduare le proposte per non proporre tutto a tutti, cercare occasioni per favorire l’amicizia tra le persone. È buona una pastorale a misura di famiglia purchè tratti temi più legati alla vita e all’esperienza come l’amore tra l’uomo e la donna, il lavoro, la vita sociale e politica, l’educazione, la salute. Bisogna andare a cercare le persone dove vivono e gli adulti non devono incontrare solo il sacerdote ma anche una comunità di laici e di famiglie che creano buone relazioni.

Attorno a queste tre domande si sono poi svolti, nel pomeriggio di domenica, i lavori di gruppo. Mentre in mattinata si è svolta una fase nuova di approccio ai lavori assembleari. Dopo la relazione introduttiva del prof. Mario Mozzanica, volta a delineare l’età di mezzo, le sue stagioni e le sue attese, il dibattito si è svolto in forma dialogica tra l’arcivescovo e i consiglieri.

Un’età perennemente in crisi

Lucido e apprezzato lo sguardo di Mozzanica sull’età di mezzo: «Una stagione della vita a lungo ignorata, sommersa dall’enfasi del “come”, dalla disfasia del “dove” e dell’afasia del “perché” (si nasce, si vive, si gioisce, si soffre e si muore). Si tratta di un’età perennemente in crisi. Ma nel sommerso dei bisogni si nasconde il “desiderio” che è memoria, ricordo, nostalgia di una narrazione generazionale ascoltata nell’infanzia e non totalmente perduta. Sono molti i desideri che affiorano nella vita di questa età: nascere a se stessi, abitare il proprio nome, vivere l’intimità nella e della tenerezza, ricercare e custodire le parole che tengono compagnia nella vita. A questo desiderio (spesso latente, inconscio, balbuziente o non compiutamente espresso) deve rivolgersi la comunità cristiana ricordando con Sant’Ireneo che “l’uomo che vive è la gloria di Dio”».

Mozzanica  suggerisce poi alcuni criteri per accompagnare gli itinerari dell’incontro con l’età di mezzo: «Anzitutto il credere, poi la vita che narra la vita e la transizione dal “facere” all’“agere”; la sfida dell’educare e la prospettiva della “festa”, nella sua etimologia di “accogliere l’ospite presso la propria casa”». Mozzanica infine mutua dallo psicanalista Massimo Recalcati la prospettiva della custodia  del desiderio, come «capacità di lavoro, di progetto, di slancio, di creatività, di amore, di scambio, di aspettative, di generazione. Il lievito del desiderio si comunica solo per contagio, per la via accidentata e imprevedibile della testimonianza». 
L’età di mezzo, conclude Mozzanica, «segna una crisi e segnala a un tempo una grande opportunità, solo che si sappia dilatare la pretesa del bisogno alla sorpresa del desiderio, solo che si sappia passare dall’e-vento all’av-vento, che evoca nel suo sviluppo (ad-ventura) promessa di futuro».

Cinque parole più cinque

Il cardinale Angelo Scola, prendendo spunto dalla citazione di Recalcati ne trae cinque parole: desiderio, incontro, evento, sorpresa e contagio, alle quali ne oppone altre cinque: bisogno, progetto, programmazione, previsione, propaganda, formando così delle coppie dialettiche in cui «una non esclude l’altra» ma però va capito «chi comanda la danza: il desiderio dà forma al bisogno, l’incontro al progetto» e così via. Questo permette di sperimentare una pastorale degli ambiti dove tutti, nella comunità cristiana, operino «consapevoli insieme». (ascolta audio 1)

«Non condivido la categoria dei lontani»

Tornando poi al tema dell’età di mezzo l’Arcivescovo rifiuta l’idea che si metta a questi adulti l’etichetta di “lontani” e tantomeno che si parli di strategie per riportarli a casa. «Questo è uno schema nefando», ha detto. «Dobbiamo smetterla di trovare espedienti per riconquistare con progetti di propaganda la gente andata via». Di qui la sua proposta: «Vivere noi questa esperienza e, vivendola, praticare la logica del contagio, che da noi si chiama testimonianza» e indica in ciascun cristiano il tramite tra «Cristo e il nostro fratello uomo, che non è mai lontano, ma è accomunato a noi dall’esperienza quotidiana degli affetti, del lavoro e del riposo». (ascolta audio 2)

«Voglio dire qualcosa sull’Azione cattolica»

Per battere definitivamente la strategia della riconquista, l’Arcivescovo suggerisce di puntare sulla verità della nostra esperienza cristiana e per questo «aboliamo un concetto troppo intelletualistico di formazione, legandola di più alla vita». Quindi il Cardinale auspica «un passaggio netto dai gruppi alla dimensione comunitaria della parrocchia cui affidare la propria vita». A questo riguardo  l’Arcivescovo ha parole e proposte per l’Azione Cattolica: «È arrivato il momento in cui nelle nostre parrocchie bisogna passare dall’azione cattolica con la “minuscola” – che è già in atto e ben presente in tutte le nostre comunità – all’Azione cattolica con la “maiuscola”, la quale in forza di un mandato dovrebbe diventare la custode della forma bella dell’unità di tutte le aggregazioni dei fedeli». Di qui l’invito «a riflettere su questa proposta dell’Arcivescovo, che favorirebbe il passaggio dal gruppettarismo alla comunità che io giudico fondamentale per il cammino della nostra Chiesa». (ascolta audio 3)

Parrocchie trasparenti: «Vieni e vedi»

Il tema della rappresantatività dei laici nella Chiesa e del loro servizio alla pastorale d’insieme è stato ancora ripreso dal Cardinale in chiusura dei lavori della mattina rispondendo alla consiliera prof.ssa Di Filippo circa l’opportunità che la diocesi ripensi ai laici come suoi terminali sul territorio e dia loro spazio e responsabilità concrete. «Le nostre comunità  – ha detto l’Arcivescovo – sono una somma di servizi, ben fatti e ben erogati, che non vanno trascurati, ma che devono essere attraversati da persone che vivono la vita quotidiana a partire dalla fede e si sentono in comunione tra di loro». Questa è la sfida, ha ribadito Scola, perché «una parrocchia è chiusa quando non comunica un’esperienza di bellezza, di verità e di bontà attraverso le sue persone». Una parrocchia così concepita deve poter dire: «Vieni e vedi». (ascolta audio 4)

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