Redazione

Se la professione viene vissuta semplicemente come opportunità di garantirsi il potere di acquisto di beni, come strumento per beneficiare di un tempo libero, c’è il rischio di perdere il vero senso del lavoro, il suo ruolo di promozione della persona umana. In quest’ottica può essere significativo il ruolo delle Acli, Associazione che è contemporaneamente di cristiani e di lavoratori.

di Giambattista Armelloni
presidente Acli Lombardia

La sigla ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani) indica nel suo nome che si tratta di una associazione di cristiani e di lavoratori. Sono, per la verità due categorie che in genere non sono associate.

I cristiani, infatti, poco parlano di lavoro e i lavoratori poco riflettono sulla dimensione spirituale della loro vita. Inoltre ci si chiede se il collegamento tra l’essere cristiani e l’essere lavoratori abbia ancora un senso e quale peculiarità debba oggi avere questa associazione delle due categorie. Sapendo che, anche nei confronti del lavoro, la nostra epoca sta vivendo un momento di forte crisi, non solo di occupazione, che pure c’è, ma del senso stesso del lavoro per l’uomo. Tanti sono i motivi che portano ad una autentica disaffezione al lavoro:

L’automazione dei processi produttivi che toglie personalità e responsabilità all’uomo che lavora, inibendone la libertà e l’iniziativa, nel senso che il lavoratore è sempre più isolato con raccordi tutt’al più telematici. La parcellizzazione del lavoro, che rende l’uomo che lavora estraneo al processo produttivo e incosciente di fronte al prodotto, diminuendone il senso di solidarietà perché non lo fa più sentire utile agli altri. L’esclusiva subordinazione del lavoratore alla redditività. Una flessibilità che non tiene conto del radicamento sociale e della capacità di riorientamento del lavoratore.
Tutte queste caratteristiche del modo nuovo di lavorare rischiano di costruire una visione che punta di più sul lavoro come valore in quanto produttore di beni. Il lavoro viene così vissuto semplicemente come opportunità di garantirsi il potere di acquisto di beni, come strumento per beneficiare di un tempo libero, con il rischio di trascurare l’uomo e il suo compito di diventare sempre più uomo, con e nel lavoro.

Anche se la produzione crea di fatto beni utili all’uomo, non si può pensare di servire all’uomo con il lavoro se si calpesta l’uomo nel lavoro. La stessa riflessione della Chiesa ha scoperto nell’età contemporanea l’importanza del lavoro in se stesso. Esso, come ben dice il professor Pizzolato, «per quanto imperfettamente motivato possa essere nel soggetto che lo compie, rientra pur sempre nella storia della salvezza e rende l’uomo, anche se a sua insaputa, oggettivo collaboratore di Dio nella creazione».

Significativamente nella Populorum Progressio di Paolo VI il lavoro è collocato nella strategie dello sviluppo dei popoli e del Regno di Dio. Il doveroso richiamo della Laborem exercens di Giovanni Paolo II, a concentrare l’attenzione del lavoro sull’uomo che lavora, va inquadrato in questo contesto, nel quale esso trova integrazione.

Si tratta, allora, di agire sia per sviluppare una responsabilità del lavoratore per il suo lavoro, sia di creare condizioni politiche che orientino la produzione in modo umano. Un primo tentativo di risposta a questi bisogni profondi può provenire proprio dall’azione delle ACLI, a condizione che esse siamo coscienti di essere formate contemporaneamente da cristiani e lavoratori e si impegnino a dare risposte penetranti e nuove ai problemi del nostro tempo.

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