Redazione

I giovani sono sempre il segno del cambiamento. L’Istat dice che sono il 22% dei volontari ma nel 1995 erano il 30%. Un invecchiamento non alimentato da nuove leve? E’ grave se le organizzazioni di volontariato classiche riescono meno a intercettare la voglia di solidarietà dei giovani. Si tratta di parlare con il loro linguaggio, essere aperti al cambiamento, lasciarsi mettere in discussione, non limitarsi a dire “ai miei tempi …”. Si deve investire, se crediamo che l’esperienza del volontariato sia importante per far crescere il senso del bene comune, della solidarietà.

di Marco Granelli
Presidente CSV.net,
coordinamento nazionale dei Centri di servizio per il volontariato

Volontariato, un tema sempre di moda. Quando in una statistica si chiede alla gente di chi si ha più fiducia, è sempre citato. Ma da anni si parla di crisi, di diminuzione dei volontari, di stanchezza fra i giovani. Il volontariato per alcuni è sinonimo di gestione di servizi a basso costo per far risparmiare le casse delle istituzioni; per altri di buonismo, di sdolcinature, di elogio dei valori sui quali nessuno può dissentire; per altri ancora è una sorta di analgesico per far sentire in pace le coscienze, oppure un rattoppo ai problemi irrisolti o che divengono spina nel fianco degli amministratori locali o nazionali (come l’idea del 5 per mille).

Ma la parola volontariato è ancora sinonimo di cambiamento, di voglia di giustizia, di risposte alle cause delle ingiustizie e disuguaglianze? Rappresenta una scelta concreta di un cittadino che, assolti i suoi doveri, sceglie gratuitamente di donare tempo per gli altri, per il bene di tutti? Una scelta per sperimentare che c’è un bene di tutti e non solo della mia lobby contrapposto al bene di un’altra lobby, un bene che non si misura solo con i soldi o con le prestazioni ma con la concretezza del sentirsi accolti, ascoltati, chiamati per nome come persona e non come utente? Un volontariato che attraverso piccoli gesti concreti e ripetuti diviene scuola di comunità, di responsabilità sociale?

Siamo a un momento di svolta tra l’enfasi del volontariato, la sua stanchezza, ma anche la necessità di dare risposte ai valori di sempre in un mutato contesto, per parlare a generazioni nuove con linguaggi differenti.

Si tratta allora di capire i bisogni reali ai quali il volontariato deve rispondere oggi per poter e dover continuare ad essere un soggetto di sviluppo e di cambiamento della comunità, spesso della vita delle persone. Un impegno concreto e non più dilazionabile per queste organizzazioni, per i loro quadri, per i "Centri di Servizio per il Volontariato" (Csv), strumenti voluti dalla legge per dare servizi gratuiti a questo mondo.

Se i Csv sapranno rispondere a queste domande potranno ancora essere un soggetto importante oggi riconosciuto dal volontariato. Non lo dicono solo i Csv nelle loro indagini, ma l’Istat che ha svelato che metà delle circa 21 mila organizzazioni di volontariato italiane iscritte ai registri hanno utilizzato almeno una volta i Csv nel corso del 2003 e 9 su 10 associazioni si sono dichiarate soddisfatte.

Non si tratta di un’indagine a campione con qualche centinaio di interviste, ma di 21 mila risposte scritte. Un dato sottodimensionato se si pensa che nelle risposte negative dobbiamo annoverare le 1.350 organizzazioni di Bolzano dove non ci sono i Csv e quelle di Puglia, Campania e Calabria (2 mila) dove i Csv nel 2003 non c’erano. Ricalcolando i dati si passa al 58%.

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