«La libertà è sempre stata rispettata perché è la verità che ci viene incontro»: così il cardinale Angelo Scola intervenuto alla presentazione presso l’Istituto Sturzo del suo libro “Non dimentichiamoci di Dio “

di Rita SALERNO

Non dimentichiamoci di Dio Roma

Sullo sfondo di uno scenario internazionale in continuo cambiamento, alcune questioni urgono più delle altre: tra queste, la libertà di conversione, il rapporto tra pace sociale e identità marcate, la persecuzione. Frammenti di una sola questione: la libertà religiosa. Nodi da sciogliere ormai ineludibili per una società multiculturale e multirazziale intrisa di agnosticismo. A ribadirlo è il cardinale Angelo Scola, che alla presentazione romana della sua ultima fatica letteraria Non dimentichiamoci di Dio (Rizzoli) – durante la quale sono intervenuti  Paolo Mieli (presidente di Rcs Libri), Cesare Mirabelli (presidente emerito della Corte Costituzionale) e Luciano Violante (presidente emerito della Camera dei Deputati) – ha svolto una riflessione sulla libertà religiosa e sull’obiezione di coscienza.

Per l’Arcivescovo sono temi che toccano dal profondo la società civile oggi e di fronte ai quali nessuno, anche se agnostico, può restare indifferente. Tematiche che vanno ripensate alla luce dello scenario attuale. «Si tratta di argomenti non nuovi, ma con i quali la famiglia umana deve misurarsi quanto prima – ha detto il Cardinale -. Il tema della libertà religiosa non è certamente nuovo, ma la modalità con cui si affaccia oggi sulla scena è molto provocante e dimostra ancora una volta che la questione della libertà di religione sta in cima alla scala dei diritti: per cui, se crolla la libertà religiosa, viene meno tutto». Scola si è poi soffermato nel suo intervento sulla genesi del libro, «nato – ha spiegato – da una circostanza precisa e da una reazione puntigliosa: le numerose critiche ad opera di diverse persone scaturite dal Discorso alla Città in occasione della solennità di Sant’Ambrogio, il 6 dicembre scorso. Di fronte a reazioni frutto di una lettura superficiale e poco attenta del mio testo, ho deciso di prendermi alcuni giorni per tornare sull’argomento e chiarire il senso delle mie parole, che non volevano proporre il ritorno a una manifestazione “muscolare” della libertà religiosa, quanto piuttosto offrire un approdo sicuro a una serie di nodi irrisolti che mostrano tutta la loro prepotente attualità». Sull’argomento, divenuto «ormai cruciale anche a causa del travaglio epocale determinato dall’inedita situazione a cui non sappiamo rassegnarci: il fatto di dover convivere tutti insieme, volenti o nolenti», il Cardinale ha aggiunto che «bisogna decidersi a trasformarlo in una carta politica, perché si tratta di questioni di frontiera, come l’obiezione di coscienza, su cui la famiglia umana deve misurarsi».

A proposito della recente visita a Milano del Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I e del Patriarca dei copti ortodossi Tawadros II, Scola ha ricordato la risposta eloquente ricevuta sui tanti, troppi morti a causa del fanatismo religioso: «Non c’è grazia più grande del martirio». «Risposta che rappresenta per noi stanchi europei, un pugno nello stomaco – ha sottolineato l’Arcivescovo -. Perché non si può, come uomini e come cristiani, sottrarsi alla croce. C’è bisogno di uomini e donne capaci di impegnarsi per un ideale, di spendersi per una missione fino al sacrificio, perché la battaglia si gioca su questo piano e non su quello dei salotti. È un tema aspro, ma attualissimo».

Partendo dal fatto che «tutte le etiche sostantive debbono accettare il rischio della narrazione – ha precisato l’Arcivescovo richiamando la tesi di Habermas -, ogni soggettività deve giocarsi sul piano della narrazione. In pratica, occorre tradurre il linguaggio religioso per poi tendere al compromesso». Infine il Cardinale si è lasciato andare ai ricordi di quando, Patriarca di Venezia, si recava in visita nelle case private di ammalati il venerdì pomeriggio: «Conobbi un signore, padre di tre figli piccoli, affetto dalla Sla in fase terminale, che sarebbe morto di lì a quindici giorni… Mi confessò di essere felice, malgrado tutto. Oppure l’anziano genitore che, dedito da quarantotto anni al figlio malato, mi raccontò della gioia provata in tutto questo tempo per aver potuto accudire il proprio figlio. Esperienze non certo facili, di fronte alle quali è bene tacere per rispetto, ma che impongono un serio esame di coscienza sull’esistenza e sui valori che la permeano».

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