Il cardinale Scola ha celebrato la messa di Natale nel carcere di Opera: “È ora di trovare nuovi metodi per l’espiazione della pena”

di Filippo MAGNI

Carcere Opera

“Nel terzo millennio, più che rinnovare le carceri, è ora di trovare nuovi metodi per l’espiazione della pena”. Il cardinale Angelo Scola affronta di petto le condizioni spesso disumane degli istituti di detenzione italiani e il loro ruolo rieducativo. Un problema che è sempre più nelle cronache a seguito dei recenti richiami di Papa Francesco, del Presidente Giorgio Napolitano, dell’Unione Europea.

Scola pronuncia queste parole da dietro le sbarre, durante l’omelia della Messa della vigilia di Natale celebrata nel carcere milanese di Opera. Prima della quale benedice le nuove vetrate della cappella ristrutturate grazie all’associazione Sesta opera, alla Fondazione Cariplo e al vetraio Grassi.

Partecipano alla Celebrazione circa 300 dei 1.200 detenuti rinchiusi nell’Istituto (alcune decine in regime di carcere duro secondo l’articolo 41 bis.).

“Non intendo dire – precisa l’Arcivescovo – che devono essere chiusi gli istituti di pena, ma che a partire dalle tante esperienze buone che vedo nelle carceri è possibile introdurre qualcosa di nuovo nel percorso di ripresa cui è chiamato ogni detenuto in quanto uomo”. Cosa? Scola non ha una ricetta, ma suggerisce di partire da ciò che educa l’uomo, cioè “i fondamentali della vita: l’esperienza degli affetti, del lavoro, del riposo, del dolore, dell’edificazione della società”. Tenendo presenti, aggiunge, “le giuste esigenze di sicurezza” e al contempo “senza alimentare le paure della società, che sono sempre cattive consigliere”.

L’Arcivescovo si rivolge anche direttamente ai detenuti invitandoli in qualche modo a non trovare scuse, a non rassegnarsi. Le spesso difficili condizioni di detenzione non devono essere motivo, spiega, per pensare “cambierò quando ci saranno le condizioni adatte per farlo”. Il cambiamento, aggiunge Scola, “è personale e in quanto tale può avvenire in ogni momento. Non dipende dall’esterno, ma da me”.

Il cardinale racconta ai detenuti di aver spesso visitato le carceri e di aver intrattenuto colloqui con diversi carcerati. “Mi hanno testimoniato – spiega – che il tempo di espiazione della pena diventa spesso tempo di ripresa”. Perché se è vero, aggiunge, che “la moralità dell’uomo compiuto non è l’impeccabilità, ma la ripresa”, è altrettanto importante riconoscere quest’ultima “come un processo, non come un colpo di bacchetta magica”.

I carcerati, prosegue, “mi hanno spesso dato testimonianza della coscienza acuta di una necessità di questo lavoro di ripresa. Un processo che può travolgere i limiti delle carceri che ben conosciamo”. L’invito dell’Arcivescovo è a “cambiare ad esempio il modo di vivere, di intendere l’amore, di educare i figli. Perché anche privati della libertà fisica potete sviluppare la vostra libertà interiore e cambiare, se lo volete”.

Nel periodo di detenzione “che deve essere tempo medicinale e non punitivo”, prosegue, “vi auguro di vivere bene umanissimamente il tempo”. Ricordatevi, aggiunge concludendo tra applausi non previsti solitamente al termine di un’omelia e quindi sinceri, “che avete futuro perché avete un presente. La libertà interiore non può toccarvela nessuno: giocatela con energia, adesso, nel presente”.

Le parole del cardinale Scola riprendono e danno risalto agli appelli a lui rivolti appena prima della Messa. Quando il direttore del carcere, Giacinto Siciliano, parla di un lavoro “faticoso, ma senza risparmio di energie, per una sempre maggiore umanizzazione dell’esperienza carceraria”. Perché “aprire le celle non basta. Serve dare senso a un tempo sempre uguale, riempiendolo con occasioni di crescita”. Partendo da una convinzione: “il carcere non deve essere un luogo di pena, ma un luogo di uomini”. E di speranza, aggiunge il Comandante della Polizia penitenziaria di Opera, Amerigo Fusco, citando il motto delle guardie: “Garantire la speranza è il nostro compito”.

Al termine della celebrazione il cardinale Scola attende i detenuti nel corridoio per stringere le loro mani, uno per uno, prima che rientrino nei loro alloggi. “Dopo la messa di Natale si torna in cella con gli occhi gonfi – dice il cappellano don Francesco Palumbo -: ciascun carcerato pensa ai propri cari, alle feste passate. Chiediamo al cardinale che salutandoci si ricordi di noi – conclude -. Perché qui ad Opera, per citare la Lettera pastorale, c’è tanto seme buono. Calpestato e mortificato, ma buono”.

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