Monsignor Franco Agnesi, vicario episcopale per la Zona II di Varese, è impegnato da alcune settimane sul territorio per far conoscere la proposta del cardinale Scola per il cammino diocesano di quest’anno. Diverse le iniziative nei decanati e a livello personale

di Pino NARDI

gente in chiesa

«Presentando la Lettera pastorale si coglie subito che la sua prima applicazione è quella dell’incontro, del dialogo, della conversazione con le persone». Monsignor Franco Agnesi è il Vicario episcopale per la Zona II di Varese. È impegnato da diverse settimane sul territorio per far conoscere la proposta del cardinale Scola per il cammino diocesano di quest’anno.

La comunità cristiana come sta facendo conoscere la Lettera pastorale?
Anzitutto è stato preso molto seriamente l’invito a leggerla, sia personalmente, sia nei Consigli pastorali. In tutti i Decanati c’è stata una presentazione: in molti casi sono andato io stesso a illustrare il significato, i contenuti essenziali e le prospettive. In qualche Decanato durante l’incontro è stato allestito un banchetto che vendeva la Lettera, così che poi potevano essere consegnate anche ad altre persone. Ha colpito il fatto che l’Arcivescovo più volte abbia detto: «Bisogna darla anche a gente che non c’è, perché non viene in chiesa, comunque ai colleghi». Qualcuno si è domandato: «Ma come possiamo fare?». Allora più che distribuirla a pioggia, qualcuno ha raccontato che parlando di questi argomenti sul posto di lavoro ha poi dato anche una copia della Lettera.

Un testo che pone immediatamente di fronte al tema della testimonianza…
Infatti, mi ha colpito che spiegando il perché di questa Lettera – come dice l’Arcivescovo, ridare entusiasmo alla vita cristiana ordinaria e alla capacità di comunicarla – sia stato utilissimo l’avvio con la parabola del buon seme e della zizzania. Ho constatato che ha aperto orizzonti, ha fatto intuire in modo dinamico alla gente che cosa significhi lo sguardo al mondo che è il campo in cui il Signore semina. Lo stesso stile di Gesù con il quale guardava alla gente. Avere iniziato la Lettera così ha fatto da aperitivo molto positivo, incoraggiante e stimolante, ha dato il clima giusto di recezione.

Un’apertura innanzitutto alle persone che si incontrano ogni giorno…
Certamente, nella Lettera il mondo si intende non come un territorio, ma come persone, nei loro affetti, nel lavoro, nel riposo e nelle circostanze di fragilità, di comunicazione, di cittadinanza. Tra la gente l’impatto immediato per questo aspetto va un po’ spiegato. Qualcuno ha raccontato come in certe occasioni si può parlare di queste cose mostrando lo stile cristiano di vivere.

Un ambito così ampio dove ognuno gioca un proprio ruolo…
Il titolo «Il campo è il mondo» apre molto l’orizzonte. Suscitando riflessioni in tanti: se il campo è il mondo, allora c’è posto anche per me, perché se il campo fosse l’incontro di catechesi o la Caritas, o il gruppo liturgico, o anche la parrocchia stessa, io non ho tempo, non faccio questo. Quindi associato al mondo c’è posto per tutti. Questo mi sembra un aspetto interessante.

Il cardinale Scola sottolinea che non si tratta quest’anno di promuovere ennesimi incontri, ma di un cambio di stile…
La proposta di quest’anno non ha iniziative da mettere in atto, se non la Confessio fidei finale. Piuttosto l’impegno è rileggere l’esistente della vita cristiana ordinaria, delle comunità o dei gruppi, e di vedere se corrispondono allo stile evangelico. Questo fa rivedere anche tutte le concretezze: il modo con cui trattiamo la gente all’Ufficio parrocchiale; quanto l’iniziazione cristiana rappresenta un incontro con tante persone; i ministri straordinari che vanno a portare l’Eucaristia ai malati; come preghiamo in chiesa; se alle nostre feste incontriamo davvero le persone.

Nella Lettera si parla di pluriformità nell’unità. Come vede questo aspetto nella sua zona pastorale?
La pluriformità nell’unità che la Lettera suggerisce è più faticosa: come far sì che tutti coloro che operano nell’ambito della nostra Chiesa, anche se hanno riferimenti spirituali che non sono diocesani o vengono da altre realtà, anche mondiali, mostrino il volto della Chiesa. Occorre trovare l’occasione per cui tra queste realtà (associazioni, gruppi, movimenti, istituti religiosi), ma anche tra parrocchie, ci sia maggiormente la possibilità di un incontro che dica in che modo raggiungiamo l’umano e testimoniamo l’esistenza cristiana nelle diverse situazioni. A questo non si è ancora abituati, ci sono compartimenti stagni. Quindi penso che sia un lavoro da mettere in atto con qualche spunto che viene dall’alto, non nasce immediatamente dal basso. Questo sarà un passaggio che dovrà essere maturato, sia nel rispetto ai movimenti perché si rendano conto che loro operando nel territorio diocesano mostrano il volto della Chiesa, sia dalle parrocchie sapere che da loro possono venire esperienze di incontro con l’umano che sono arricchenti anche per la nostra quotidianità ecclesiale ordinaria.

Nella zona di Varese quali sono i problemi più sentiti?
Nella zona di Varese sono emersi alcuni bastioni da abbattere, o meglio, ostacoli che ci interrogano. Per esempio, il fenomeno dei frontalieri, gente che lavora in Svizzera e poi vive qui con dinamiche e orari che non rendono immediato il legame con la realtà parrocchiale. Poi la grande forza turistica durante l’estate per cui pensare a iniziative affinché i turisti conoscano non solo le bellezze naturali e artistiche, molte religiose, ma si confrontino anche con i fedeli. Insomma, ci sono realtà umane che dobbiamo con un po’ più di creatività domandarci come incontrare.

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