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Redazione

Francesca e Marcello, originari del Sud Italia, vivono a Milano da qualche anno. Il loro desiderio di intrecciare legami, anche attraverso i percorsi di fede proposti dalla parrocchia, si è scontrato con le difficoltà a inserirsi in gruppi già consolidati, formati da amici di vecchia data. Una solitudine che si è fatta sentire ancora di più quando hanno saputo di non poter avere figli e hanno intrapreso il calvario della fecondazione assistita.

di Stefania Cecchetti

«Non è la parrocchia a dover andare in cerca delle famiglie. Di persone che bussano ce ne sono già tante, bisogna solo saper trovare il modo migliore per accoglierle…». È questo il parere di Francesca, moglie di Marcello e neo mamma di un bellissimo bimbo di due mesi, nato con la fecondazione assistita dopo un periodo di sofferenza e trepidazione.

«Quando ti dicono che non puoi avere figli – spiega Francesca – ti crolla il mondo addosso. È uno di quei momenti in cui hai bisogno di un conforto, di una guida nella tempesta. Per noi è stato naturale rivolgerci alla parrocchia». Francesca viene da un piccolo paese nel Sud, abita a Milano da quando era studentessa alla Bocconi. Dopo la laurea, Marcello l’ha raggiunta. Senza essere particolarmente drammatica, la loro è comunque una storia di integrazione difficile.

«Appena sposati siamo andati a presentarci al parroco della nostra nuova parrocchia, che ci ha indirizzato agli incontri del gruppo famiglie. Ma fin dalle prime volte abbiamo fatto fatica a inserirci, eravamo gli unici esterni a un gruppo di amici che frequentava l’ambiente fin da ragazzi». Stesso copione dopo un trasloco, nella parrocchia nuova: «Abbiamo frequentato un corso sui dieci comandamenti: è stato un percorso bello e denso, ma nonostante questo non siamo riusciti a legarci al gruppo».

Poco male: c’è sempre il modo e il tempo per recuperare un cammino di fede (per Francesca e Marcello sono prima i corsi sulla famiglia dei francescani di Assisi, poi gli incontri promossi dal gruppo giovani coppie del Centro San fedele a Milano). Ma il punto non sono tanto le occasioni formative, quanto la necessità di relazioni. Quello che ci si aspetta da una realtà legata al territorio come la parrocchia: «Quando abbiamo saputo di essere sterili, abbiamo avuto un periodo difficile anche nel rapporto di coppia – racconta Francesca -. Mi ricordo un giorno, pioveva a dirotto, dopo una litigata folle sono uscita di casa in lacrime, avevo bisogno di parlare con qualcuno, ho preso la macchina e ho fatto il giro delle parrocchie conosciute. Nessuno dei sacerdoti ha avuto un minuto da dedicarmi».

C’era da aspettarselo, vien da dire: i preti delle nostre parrocchie, con le giornate allucinanti che si ritrovano a vivere, zeppe di impegni da mattina a sera, è già un miracolo trovarli in casa. Sarebbe un errore, tuttavia, attribuire la responsabilità dell’isolamento solo alla parrocchia. In generale Milano non è una città accogliente per chi ha una famiglia, come ci dice ancora l’esperienza di Francesca: «Finché sei produttivo e sempre disponibile, cioè finché non hai impegni familiari che ti ostacolino, va tutto bene. Già quando ti sposi e cominci a saltare qualche happy hour o qualche cena di lavoro, le cose cambiano. Figuriamoci per una donna: nelle aziende il matrimonio è visto esclusivamente come l’anticamera della maternità, un periodo in cui sarai inevitabilmente un peso. Questo non te lo vengono a dire, ma trovano di certo il modo di fartelo sapere…».

Nulla di strano, allora, quando Francesca racconta di non aver condiviso quasi con nessuno, al lavoro, il dramma della sterilità e il percorso accidentato della fecondazione assistita: «Abbiamo dovuto fare un passo indietro da tutto per ritrovarci noi due come coppia. Alla fine l’aiuto più valido lo abbiamo ricevuto a pagamento e da una sconosciuta: la ginecologa che ci ha seguito e che – per nostra fortuna – è anche psicologa. Ci ha potuto offrire quindi la sua competenza tecnica, ma anche un buon sostegno psicologico, che in questi casi conta forse più dell’assistenza medica». Chissà come fanno, invece, i tanti che affrontano problemi e percorsi analoghi e che non hanno un ginecologo-psicologo.

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