Redazione

Il racconto di una ragazza italiana, che attraverso l’Azione Cattolica ha avuto occasione di partecipare al gruppo di catechesi dei giovani migranti: ecco cosa vuol dire incontrare l’altro sullo stesso piano, senza alcun istinto pietistico.

di Stefania Cecchetti

«Davanti alla Parola siamo tutti sullo stesso piano, non ci sono differenze tra italiani, filippini e sudamericani. E non ha senso parlare di missionarietà, quando si hanno davanti ragazzi che hanno alle spalle un percorso di catechesi nei loro Paesi». Così, quasi con accenti paolini, Sara Nannini descrive la sua partecipazione agli incontri promossi dalla pastorale giovanile dei Migranti.

Sara ha 26 anni e sta per laurearsi in Scienze dell’educazione con una tesi sulle cosiddette badanti (la sua ipotesi di fondo è che alcune di loro vivano in una condizione non molto diversa dalla schiavitù). Nata in Ecuador da genitori italiani missionari laici in quella terra, la sensibilità al dialogo con le altre culture sembra proprio avercela nel sangue.

Da quattro anni Sara partecipa ai lavori del laboratorio migranti del settore Giovani di Azione cattolica, di cui è oggi responsabile: «Siamo nati con l’obiettivo innanzi tutto di studiare il fenomeno della migrazione, ciascuno secondo la propria sensibilità e a partire dal proprio curriculum di studi. A un certo punto è stato naturale aprirsi alla collaborazione con la pastorale dei Migranti. Non sempre abbiamo la possibilità di partecipare agli incontri con i giovani filippini e sudamericani, che si trovano settimanalmente per il “giovedì del discepolo”, ma abbiamo ormai alcuni appuntamenti di condivisione fissi nel corso dell’anno».

Italiani di Ac e giovani migranti si incontrano per una festa in occasione del Natale, per le celebrazioni cittadine della Festa delle genti (il 6 gennaio e a Pentecoste), per le celebrazioni del Triduo pasquale e durante l’estate, per un settimana di Campo scuola. Sara sta preparando le valigie, perché mercoledì partirà per la tre giorni di Pasqua: «Di solito ci dividiamo per nazionalità e ognuno ha il compito di preparare un momento della liturgia, secondo il proprio stile, le proprie tradizioni e la propria lingua. Seguire i momenti più importanti dell’anno liturgico in una lingua diversa dalla propria è molto interessante. Non si capisce tutto, ma nello stesso tempo senti che così è più facile andare alla radice, capire il significato ultimo dei gesti che si compiono».

Ma il bello di queste uscite, sta anche nella condivisione della quotidianità, dal cucinare insieme, al lavare i piatti, al pulire i pavimenti: «Fare vita comune significa liberarsi da ogni istinto pietistico, vedere l’altro non più come una persona bisognosa, ma come uno che sta sul mio stesso piano. Allora posso anche arrabbiarmi con lui, se qualcosa non mi sta bene. O, viceversa, essere rimproverata. E questo è bellissimo».

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