Celebrata come tradizione nella Terza domenica di ottobre la dedicazione della Chiesa Cattedrale. Al termine dell’Eucaristia, l’Arcivescovo ha benedetto la statua di don Gnocchi, richiamando le istituzioni a non dimenticare il riferimento del Duomo

di Annamaria BRACCINI

Dedicazione Cattedrale

La Cattedrale, come riferimento che le istituzioni non devono dimenticare. Il Duomo, il tempio delle pietre vive – delle generazioni di credenti che tra le navate hanno pregato e pregano – e il grande monumento che è comunque vivente per l’esemplarità e la santità che indicano le figure “fermate” per sempre nei suoi marmi. Immagini che, come diceva Buzzati, paiono vegliare dalle mille guglie sulle mille raggiere della metropoli e che narrano una storia che ha ancora tanto da insegnare. Come quella di chi ha guidato, in anni drammatici, la Chiesa ambrosiana dalla Cattedra del Duomo, l’arcivescovo Giovanni Colombo o di chi, anche lui splendido prete ambrosiano, ha saputo divenire l’apostolo del “dolore innocente”, il beato don Carlo Gnocchi, il “papà dei mutilatini”.
Ed è appunto questa nostra Cattedrale che, come ormai da secoli, ricorda nella terza domenica di ottobre la solennità della Dedicazione, ma che quest’anno si veste ancora di più a festa per la chiusura delle Celebrazioni dell’Anno Colombiano e per la benedizione della statua di don Gnocchi.
A ricordare il predecessore Colombo che, esattamente 50 anni fa, il 20 ottobre 1963, faceva il suo ingresso in Diocesi – e, dunque, in Duomo –, è il cardinale Scola, che presiede il Pontificale, circondato dal Capitolo metropolitano e che, al termine della celebrazione eucaristica, benedice la statua di don Carlo.
L’arciprete, monsignor Borgonovo, in apertura, ricorda anche gli anniversari di Ordinazione presbiterale di alcuni Canonici, tre ordinari, monsignor Arosio, 65 anni di Messa, 60 per mons. Felice Viasco, 50 per mons. Balconi cui si aggiungono, come canonici onorari, mons. Gandini, anch’egli 50 anni di sacerdozio e monsignor Sartor, prete da 25. Sull’altare maggiore, anche il segretario del Cardinale, don Capra compie 25 anni di ordinazione.
La Cattedrale è gremita di molte migliaia di fedeli e la liturgia animata dalle corali parrocchiali della Diocesi invitate per questa festa della Dedicazione che affonda le sue radici nei secoli santambrosiani, arrivando a san Carlo Borromeo – sua la consacrazione del Duomo finalmente ultimato nel 1577, anche allora era il 20 ottobre! – e all’oggi.
«La Chiesa scaturisce, in ogni istante, dal sacrificio di Cristo, che l’Eucaristia lungo i secoli continua offrire alla nostra umanità e che viene sempre situata qui e ora. Il qui e ora” della libertà di ogni donna e di ogni uomo», riflette l’Arcivescovo che aggiunge, «La vita ci è stata data perché nessuno può autogenerarsi, ma per portare frutto deve, a sua volta, essere donata giorno dopo giorno, ora dopo ora, divenendo così testimonianza. La testimonianza personale e comunitaria è stata giustamente definita come il martirio della pazienza ed è l’unico autentico modo di partecipare al martirio di sangue che tanti nostri fratelli cristiani ancora subiscono in questi nostri tempi».
Da qui, il pensiero va all’esemplarità del testimone Giovanni Colombo.
«La consegna totale di sé, alimentata in modo speciale dall’adorazione eucaristica, fu l’emblema della sua vita e del suo ministero episcopale. Le numerose iniziative, le pubblicazioni e le celebrazioni promosse in questo Anno Colombiano – di cui ringrazio di cuore i promotori – hanno voluto dire la nostra riconoscenza per il dono di questo Arcivescovo saggio, letterato, buon timoniere in tempi difficili della nostra amata Chiesa, che non mancò di contribuire alla vita buona della società civile milanese e non solo».
Basterebbe ricordare, a tale proposito, i Discorsi di Sant’Ambrogio, divenuti con lui e dopo il suo episcopato uno dei momenti fondamentali dell’Anno pastorale di una Chiesa di Milano capace di rivolgersi alla Milano civile e delle istituzioni. Quella società che, negli anni complessi e di snodo che visse come arcivescovo dal 1963 al 1979, Colombo seppe interpretare nella logica dell’Epistola agli Ebrei, “Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace”. Un porsi a servizio, appunto, «con i tratti dell’amore oggettivo ed effettivo che chiede il dono totale di sé».
E sottolinea ancora il Cardinale, «ricordiamo la beneficenza, intesa in senso etimologico come fare del bene all’altro, anche materialmente con l’elemosina in questi tempi difficili, la comunione dei beni e l’obbedienza a coloro che Dio chiama a presiedere al bene comune».
E tutto per essere «uomini perfetti, uomini riusciti, felici», come, non a caso, il cardinale Colombo aveva indicato ai giovani in una celebre conferenza già nel 1947 in Cattolica «e di cui c’e tanto bisogno ancora in questi nostri tempi», spiega Scola. E, allora, il senso della benedizione della statua di don Gnocchi – esposta in Duomo e che verrà posta il 25 ottobre nello stallo 211 sull’abside sud-orientale – è quasi il suggello del significato dell’intera solennità di Dedicazione.
«Noi ci auguriamo che anche la Milano di oggi comprenda perché compiamo questi gesti, perché rendendo visibili questi santi, guardando a loro e alla loro testimonianza, si possa essere cristiani e autentici cittadini. Speriamo che i tutti i milanesi e le autorità non si dimentichino di questo riferimento che è il Duomo», scandisce l’Arcivescovo che richiama, nel momento nella preghiera di benedizione della statua, come don Gnocchi, realizzando in modo peculiare i tre preziosi tratti del bell’amore, sia stato «educatore instancabile dei giovani per i quali fu testimone del Vangelo nel momento della più difficile prova».
Un esempio, appunto, come il coetaneo e amico Giovanni Colombo che lo definì, “poeta e artista della carità”.

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