Una lettera dal Monastero di clausura: «Pensiamo a voi che state vivendo un tempo di “chiusura forzata”. Così abbiamo sentito il dovere di far sentire la nostra voce. Nessuno è solo»

Le vostre sorelle di clausura del Carmelo di Legnano

clausura

Oggi siamo “andate” a Messa al Policlinico di Milano, la Caa’ Granda. Ci ha invitato l’Arcivescovo in persona, così tutte abbiamo partecipato alla Messa (ovviamente alla tv).

La visione di una Chiesa spopolata di corpi di persone, del popolo di Dio, del corpo di Cristo che è la Chiesa fatta di persone, che siamo noi, tu, io, il tuo amico e il tuo nemico, la tua nonna e il tuo nipotino, ha fatto affiorare in ciascuna di noi un profondo senso di smarrimento, che ci sta, in una situazione del genere, anche in persone che dovrebbero vivere di fede.

Siamo ammutolite. Si, ci siamo commosse e abbiamo pianto, proprio come Gesù ha fatto guardando Gerusalemme.

Il pensiero è corso fino a voi che in questo tempo state vivendo un tempo di “chiusura forzata”, di “clausura” senza averla scelta come tipo di vita.

Vi abbiamo pensato, ci siamo chieste quali pensieri, quali preoccupazioni, quali ammutolimenti anche voi potevate provare, e così abbiamo pensato di scrivervi queste due righe. Noi, che solitamente viviamo una vita “nascosta” abbiamo sentito forte il dovere di farci presenti e far sentire la nostra voce.

Vorremmo dirvi che ci siamo, che quando sentite suonare le nostre campane a varie ore del giorno è perché stiamo andando a pregare, e con noi portiamo anche voi con i vostri fardelli e le vostre preoccupazioni.

Pensiamo alla vostra fatica nell’essere limitati negli spostamenti e nel dover vivere le relazioni in un’area ristretta che sono le mura di casa.

E, mentre pensiamo e immaginiamo queste fatiche, insieme c’è la certezza che ognuno di noi, di voi, ha dentro di sé le risorse per vivere questo momento. Risorse che sono spettacolari soprattutto quando sono provocate dall’amore verso qualcuno, quando qualcuno che amiamo ha bisogno di noi. Siamo veramente capaci di superare l’istinto di sopravvivenza che ci rende custodi del nostro io, per compiere gesti piccoli o grandi di dono di sè all’altro. Nulla è perduto di ciò che facciamo.

La Ca’ Granda.
È significativo il nome.

Ci stiamo tutti, lì, nella Chiesa, siamo tutti accolti, perché è “Granda” non solo di spazio ma di cuore e di accoglienza, come vorremmo fosse il nostro e il vostro cuore per accogliere tutte le fatiche e le sofferenze di tutti noi che, chi più, chi meno, è provato. Tutti abbiamo bisogno di trovare chi con il balsamo della com/prensione, e della com/passione ci aiuta a superare questo momento.

Nessuno di noi è solo, siamo una comunità di esseri umani, fragili, ma solidali. Coltiviamo questo senso di appartenenza gli uni agli altri. È essere responsabili cioè rispondere del proprio fratello, e questa è la nostra forza.

Ti potrebbero interessare anche: