Commenti e riflessioni dei Vicari episcopali sulla Lettera pastorale dell'Arcivescovo “Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all'umano”

di monsignor Luca BRESSAN
Vicario episcopale

copertina 'Il campo è il mondo'

«Il campo è il mondo». Riprende con questo intervento la rubrica che vi ha accompagnato lungo lo scorso anno pastorale. Io e monsignor Pierantonio Tremolada vivremo con i lettori un percorso di riappropriazione della Lettera pastorale del nostro Arcivescovo, per dischiuderne ulteriormente la funzione di confronto e di paragone che il Cardinale le ha affidato.

Il campo è il mondo. Certo che il titolo della lettera, preso dalla celebre parabola dell’evangelista Matteo, ha un sapore ben diverso, se ascoltato pochi giorni dopo il lutto nazionale indetto per le centinaia di profughi morti vicino alle coste di Lampedusa. La zizzania è davvero tanta, nasconde il seme buono. E muta anche l’atteggiamento dei servi: più che infondere in loro una maggiore volontà di estirparla, fa crescere nei loro cuori la voglia di nasconderla, di non vederla. La reazione fotografata dai media è di un cinismo allarmante: la domanda è come difenderci; l’obiettivo è come proteggerci, piuttosto che quello di come aiutare, come prevenire, come evitare che accada… La parola del Papa dice bene la reazione a questo atteggiamento: «Vergogna!».

«Il campo è il mondo!». Il primo obiettivo che ci consegna la Lettera pastorale è di una attualità incalzante: occorre imparare bene a osservare questo mondo, a conoscerlo per quello che è, per quello che di noi racconta e proietta non soltanto circa i nostri valori, ma anche circa i nostri peccati. Concentrare lo sguardo diventa allora il primo passo che occorre fare: guardare oltre la superficie, superare ogni tentazione consumistica di usare come lenti di osservazione i nostri bisogni e le nostre pulsioni, ammettere che ci sono tante azioni e tante intenzioni che ci sfuggono e superano la nostra volontà («un nemico ha fatto questo nel sonno»). Solo così si raggiunge quella concentrazione che diventa contemplazione, capacità di vedere il seme buono anche dentro tutta la confusione generata dalla zizzania; e assumere questa visione non solo come bussola per le scelte, ma anche come fonte di energia per il nostro cuore, per la nostra determinazione ad annunciare a tutti – noi per primi – Gesù Cristo evangelo dell’umano.

Si comprende così anche il senso della pazienza e la capacità di giudizio a cui la Lettera del cardinale ci invita: non è l’attesa stanca e distratta di chi dall’esterno della storia si limita a essere osservatore (e magari anche giudice) di una trama di relazioni e di fatti costruiti da altri. Ben diversamente la pazienza e il giudizio a cui siamo chiamati (lo vedremo meglio in altre puntate del nostro discorso) è quell’attitudine capace di infondere coraggio e determinazione alla nostra testimonianza, alla certezza che la verità che guida la nostra vita è il vero motore che costruisce la storia, anche in mezzo al disorientamento e alla stanchezza che la zizzania è in grado di seminare anche tra di noi.

da Avvenire, 05/10/2013

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