Il Vicario episcopale monsignor Maurizio Rolla presenta l’appuntamento presso i Barnabiti di Eupilio, momento di confronto con l'Arcivescovo sui contenuti della Lettera pastorale

di Marcello VILLANI

Monsignor Maurizio Rolla

Riflettere sulla lettera pastorale «Il campo è il mondo», sullo sfondo dell’Anno della Fede ormai in dirittura d’arrivo. Questo lo scopo dell’incontro dell’incontro dell’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, con i sacerdoti della Zona pastorale III, in programma martedì 8 ottobre a Eupilio (Co), presso la Casa dei Barnabiti “Villa S. Antonio Maria Zaccaria”. Alle 9.30 ci sarà l’accoglienza, alle 10 l’ora media e il saluto del Vicario episcopale, monsignor Maurizio Rolla. Dalle 10.15 alle 12.30 il “cuore” dell’incontro: il dialogo con l’Arcivescovo, introdotto da tre brevi riflessione di sacerdoti a partire dalla Lettera pastorale. Alle 12.30 la conclusione col pranzo.

Nella convocazione spedita ai sacerdoti, monsignor Rolla ha sottolineato l’importanza dell’incontro con l’Arcivescovo: «Un legame – lo ha definito – che protegge da una delle solitudini peggiori per un prete, quella del… battitore libero sul mucchietto di terra (che non è nemmeno sua!) e intorno nessuno…». Ne parliamo con lui.

Monsignor Rolla, che significato ha per lei come pastore, ma anche come uomo, «Il campo è il mondo»?
La proposta «Il campo è il mondo» è già di suo – immediatamente – larghezza, altezza e profondità di sguardo! Lo dice Gesù e l’Arcivescovo lo rilancia nel concreto di un’azione ecclesiale che spinge a tenerci svegli sulle realtà della vita e sulle cose della gente, perché non si perda il legame con ciò che conta e la fede non si sfilacci appena la tensione della quotidianità chiama alla testimonianza cristiana. Il modo per attuare le sollecitazioni contenute nella proposta – di cui la Lettera pastorale è uno degli strumenti, pur se tra i più autorevoli – si origina poi da un criterio ben definito e più volte ricordato dal nostro Arcivescovo: intercettare il concreto partendo dal bisogno. Questo, mi pare, non significa lasciarsi travolgere dalle “esigenze” artificiose della gente, ma, al contrario, significa agire secondo il realismo evangelico che scatena fantasia e bolla ogni tentativo di imbroglio.

Non crede che il significato della Lettera pastorale si possa capire meglio solo ripartendo dal Vangelo?
Tutti e quattro i Vangeli e, dunque, non solamente la parabola del seme buono e del grano cresciuto indicano dove i cristiani devono lavorare. San Paolo, infatti, scrive che l’unico fondamento sul quale si può costruire sensatamente l’umano è Gesù. Se l’umano si fonda sopra… altro, si trasforma automaticamente in un bambolotto di plastica riciclata, che piange e ride schiacciandogli l’ombelico. Non, quindi, immagine di somiglianza di Dio, ma uno sgorbio grottesco e ridicolo.

La Zona Pastorale III è un territorio frastagliato e diverso per vocazioni, cultura e campanili. Ma il campo comune è il mondo… Si possono conciliare cultura del diverso e apertura al mondo quando c’è ancora il “campanile” di mezzo?
Sull’orizzonte della splendida geografia della Zona di Lecco i campanili pennellano quel tocco magico e inconfondibile: non solo primariamente a occhio chiuso, ma a sguardo aperto. Il campanile, per un credente, non sopporta che la parola si prolunghi con un “…ismo” insignificante e senza futuro, ma dovrebbe più convenientemente diventare indicazione per dove guardare e sollecitazione per chi saper ascoltare.

Infine, qual è il messaggio più importante che lei ha tratto dalla Lettera pastorale?
La libertà dall’esito e una maggior consapevolezza che né il campo, né il mondo possono più fare a meno di me, di te, di loro, di tutti.

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