Dal distretto del lago le prime informazioni sull’attività svolta sul territorio per creare percorsi di reinserimento nel mondo dell'occupazione

di Cristina CONTI

Lecco

Creare percorsi per aiutare i disoccupati a reinserirsi nel mondo del lavoro. Questo l’obiettivo della seconda fase del Fondo Famiglia Lavoro. E per conoscere le figure professionali più ricercate sul territorio, nel distretto di Lecco è iniziata un’analisi approfondita dei dati pubblicati dalle istituzioni. «Abbiamo cercato di reperire tutte le informazioni disponibili per avere un’idea chiara dei bisogni delle imprese – spiega Matteo Ripamonti, responsabile del distretto di Lecco -: in base alle richieste organizzeremo il lavoro dei prossimi mesi, per aiutare le persone che hanno perso il lavoro negli ultimi due anni».

Tiene il settore manifatturiero, comparto tradizionale di questa zona. E nascono nuove possibilità offerte in particolare dal settore del turismo e della ristorazione, come cuochi, camerieri, addetti al marketing e agli eventi per la promozione del territorio. «Nel primo caso le barriere di accesso sono più alte rispetto al passato – aggiunge Ripamonti -. Si cercano figure professionali con qualifiche specifiche, non più operai generici: per esempio, operai meccanici industriali o addetti allo stampaggio su plastica o su altri materiali. Nel caso del turismo, invece, è richiesta grande flessibilità».

Un mondo del lavoro in continuo cambiamento che pretende dimestichezza con tecnologie all’avanguardia, lingue straniere, aggiornamento continuo. Professioni senza orari, in cui spesso diventa difficile conciliare famiglia e lavoro: «Quando abbiamo confrontato i dati emersi con le caratteristiche delle persone che si sono presentate da noi, abbiamo visto che non corrispondono», precisa. Extracomunitari che hanno accumulato tantissima esperienza con le agenzie di lavoro interinale, ma con un percorso troppo frazionato per mansioni e competenze e con incarichi precedenti molto modeste. «Molti sono coloro che dicono di aver fatto il muratore. Ma si tratta per lo più di manodopera di basso livello: non più di un manovale con esperienza», aggiunge Ripamonti. E poi gli italiani soprattutto uomini 50enni, che hanno lavorato per 22 o 23 anni nella stessa azienda, con incarichi generici o poco qualificati. Hanno svolto un solo lavoro per tutta la vita, sono rimasti a casa perché l’azienda ha chiuso o ha fatto tagli al personale e fanno fatica a ricollocarsi anche perché spesso la loro figura professionale oggi non esiste nemmeno più. «Sono persone che hanno davanti ancora 16 o 17 anni di lavoro, con troppo pochi contributi per poter andare in pensione. Molto demotivati, con una bassa stima di sé a causa dei continui rifiuti. Fanno fatica a ripartire ed è molto difficile aiutarli a capire che hanno ancora qualcosa da dire e da fare per la società», commenta Ripamonti.

Gli uffici del personale, infatti, oltre alle competenze specifiche, puntano sempre su entusiasmo, passione, capacità di mettersi in gioco, di sfidare sé stessi e fiducia nel futuro. Qualità che è difficile avere quando, dopo una vita nella stessa azienda, ci si ritrova senza più un lavoro e con pochissime possibilità di ritrovarlo. E poi c’è la crisi economica: i negozi che chiudono, le previsioni negative sull’economia, la difficoltà di arrivare a fine mese. Una realtà che sicuramente aumenta il senso di sfiducia e di impotenza. «Sono convinto purtroppo che, anche quando arriverà la ripresa, una fetta di coloro che si rivolgono a noi rimarrà comunque senza lavoro. In questo periodo, infatti, è molto alta anche la disoccupazione giovanile e un buon numero di aziende preferirà comunque assumere persone di età inferiore», conclude Ripamonti.

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