La Superiora suor Gabriella Lancini illustra la presenza in Diocesi delle religiose che in questi giorni festeggiano la loro fondatrice madre Teresa Gabrieli, dichiarata Venerabile: «Visse nell’Ottocento, ma la sua opera potrebbe dire molto anche oggi»

di Luisa BOVE

TG con orfane
Teresa Gabrieli con alcune orfane

«È una grande gioia» per le Suore delle Poverelle sapere che la loro fondatrice madre Teresa Gabrieli sia Venerabile e che «la Chiesa la indichi come modello». A dirlo è suor Gabriella Lancini, Superiora della comunità di 8 religiose presente all’Istituto Palazzolo di Milano. Nata a Bergamo nel 1837, dopo i 30 anni Teresa capì che il Signore la chiamava a donare la sua vita agli altri: in seguito fondò con il beato Luigi Palazzolo la congregazione delle Suore delle Poverelle.

Chi era madre Gabrieli?
La grandezza di questa donna, che abbiamo imparato a conoscere in particolare negli ultimi anni, sta nell’averci sempre incoraggiato perché pratica, coraggiosa, umana. Sono importanti le sue lettere alle madri del tempo, in cui dava tante indicazioni sul rapporto con le persone, di cui c’è bisogno anche oggi. Seppure vissuta nell’Ottocento, la nostra fondatrice ha molto da dire anche oggi a chi ricerca il riconoscimento di genere, rispetto al ruolo della donna nella società e nella Chiesa. Il Palazzolo era un grande uomo, ma sugli aspetti pratici e di gestione non ci sapeva fare: per questo emerge in madre Teresa la capacità di governo della casa. Oltre all’aspetto familiare e umano, curava quello organizzativo e sapeva guardare al futuro.

Da quando siete nella Diocesi ambrosiana?
La presenza risale agli anni Venti. Le Suore si sono inserite nelle periferie di Milano per stare accanto ai poveri e agli sfrattati nelle famose “case minime”. Durante il fascismo il Duce svuotava la città e mandava i poveri nei grandi palazzoni in via dei Cinquecento. Le religiose con la canna dell’acqua e le scope avevano trasformato quei locali maleodoranti in alberghi a cinque stelle, come ho trovato su un giornale dell’epoca. Con concretezza, ordine e pulizia avevano dato un senso di umanità a quegli ambienti che di umano avevano ben poco. Le Suore vivevano lì con persone miserabili e operavano sempre in comunione con la Chiesa e a contatto con i vescovi.

Qual è stata l’esperienza più significativa?
Quella con il cardinale Schuster, che valorizzava e sosteneva le periferie. In seguito la casa del Palazzolo è stata voluta e costruita insieme, il Cardinale ha sempre incoraggiato e dimostrato vicinanza. Penso anche all’esperienza di aiuto agli ebrei, per cui le nostre suore hanno rischiato anche il carcere (pare che avessero già il timbro sul braccio…). Oggi la gestione del Palazzolo è affidata alla Fondazione Don Gnocchi e noi siamo volontarie: d’altra parte, per la maggior parte abbiamo tra i 70 e gli 80 anni… Eppure, a detta dei collaboratori, la presenza della suora che arriva in stampelle o con il deambulatore è importante, anche per la dimensione spirituale, e l’attenzione umana verso l’ospite è diversa.

E poi dove siete ancora?
A Cantello, in provincia di Varese. L’opera è nostra ed è un fiore all’occhiello, una Rsa di un centinaio di posti gestita molto bene. Poi abbiamo una comunità di quattro suore a San Galdino, in via Salomone a Milano nelle famose “case bianche”, che è accanto a tanti poveri, li avvicina e li sostiene. Altre due suore che fanno riferimento a questa comunità vivono nel quartiere Bovisasca, svolgendo un servizio di vicinanza e supporto. Facciamo quello che possiamo, con tutto l’amore e con le poche forze che abbiamo. Nella misura in cui si è libere da preoccupazioni gestionali si riesce a essere più vicini alle persone: magari facciamo poco, ma sul piano delle relazioni si può incidere molto. Io stessa mi sono inserita nel reparto di neurovegetativi e malati di Sla, ma se manco un giorno me lo dicono. È bello e arricchente anche per noi. La nostra è una presenza spicciola, ma che dice la gratuità dell’amore di Dio per ogni persona.

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