Pubblichiamo uno stralcio dell'introduzione curata dall'Arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, per l'edizione commentata dell'enciclica pubblicata dall'Editrice La Scuola

di Bruno FORTE

Lumen Fidei_La Scuola

Nel quarto capitolo – che ha come titolo un’espressione ispirata alla Lettera agli Ebrei, “Dio prepara per loro una città” (cfr. Eb 11,16) – la riflessione è posta sulle “ricadute sociali” della fede. L’Enciclica analizza anzitutto il rapporto fra la fede e il bene comune: «La Lettera agli Ebrei pone in rilievo un aspetto essenziale della fede. Essa non si configura solo come un cammino, ma anche come l’edificazione, la preparazione di un luogo nel quale l’uomo possa abitare insieme con gli altri» (n. 50).
Chi crede nel Dio di Gesù Cristo non potrà mai chiudersi nel proprio “io”, restando indifferente al bene di tutti: sarà anzi la stessa fede nel Figlio dell’Uomo, che è il Figlio di Dio, a spingerlo a impegnarsi per la crescita nella giustizia e nella pace della comunità umana. «La fede rivela quanto possono essere saldi i vincoli tra gli uomini, quando Dio si rende presente in mezzo ad essi. Non evoca soltanto una solidità interiore, una convinzione stabile del credente; la fede illumina anche i rapporti tra gli uomini, perché nasce dall’amore e segue la dinamica dell’amore di Dio» (ibidem).
Ed è proprio sullo sfondo del fallimento dei modelli ideologici, che pretendevano di costruire la città dell’uomo senza alcun riferimento alla sovranità trascendente di Dio e alle esigenze morali in essa fondate, che si comprende come sia proprio la fede l’antidoto a ogni indebita assolutizzazione dell’umano e la sorgente più opportuna di luce per compiere scelte che siano veramente al servizio del bene di tutti.
«La fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno concreto dei nostri contemporanei. Senza un amore affidabile nulla potrebbe tenere veramente uniti gli uomini. L’unità tra loro sarebbe concepibile solo come fondata sull’utilità, sulla composizione degli interessi, sulla paura, ma non sulla bontà di vivere insieme, non sulla gioia che la semplice presenza dell’altro può suscitare. La fede fa comprendere l’architettura dei rapporti umani, perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore, e così illumina l’arte dell’edificazione, diventando un servizio al bene comune» (n. 51). È qui che Papa Francesco esprime una convinzione profonda, che certamente lo ha guidato nelle scelte della sua vita a favore dei poveri e a loro fianco, senza bisogno di ricorrere ad alcuna ricetta ideologica: «Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza» (ibidem).
L’Enciclica tocca poi tre campi di grande attualità: il rapporto fra la fede e la famiglia, quello fra fede e politica, e la luce, infine, che la fede getta sulla sofferenza umana. Riguardo alla famiglia, viene ribadito il valore del disegno di Dio, fondato sulla differenza sessuale, sull’amore reciproco e sulla fecondità della relazione genitoriale: «Il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini si trova nella famiglia. Penso anzitutto all’unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio. Essa nasce dal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio, dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne (cfr. Gen 2,24) e sono capaci di generare una nuova vita, manifestazione della bontà del Creatore, della sua saggezza e del suo disegno di amore» (n. 52). In questa luce, il Papa riafferma la necessità di credere nella possibilità reale di un patto di amore eterno fra i due, che sia anche la garanzia e il luogo naturale dell’educazione alla vita e alla fede dei figli.
In questa trasmissione viva e credibile la fede si offre come una straordinaria riserva di senso e di bellezza: «La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita. Essa fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicura che quest’amore è affidabile, che vale la pena di consegnarsi ad esso, perché il suo fondamento si trova nella fedeltà di Dio, più forte di ogni nostra fragilità» (n. 53). Ed è così che la fede dona all’impegno per gli altri nella vita sociale e politica il suo fondamento più autentico e realizzante, il senso della paternità di Dio e della fraternità fra gli uomini fondata in Lui: «Nella modernità si è cercato di costruire la fraternità universale tra gli uomini, fondandosi sulla loro uguaglianza. A poco a poco, però, abbiamo compreso che questa fraternità, privata del riferimento a un Padre comune quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere. Occorre dunque tornare alla vera radice della fraternità» (n. 54).
Anche il rapporto con l’ambiente naturale e l’organizzazione politica della società possono trovare nella fede ispirazione e luce preziosa: «La fede nel rivelarci l’amore di Dio Creatore, ci fa rispettare maggiormente la natura, facendoci riconoscere in essa una grammatica da Lui scritta e una dimora a noi affidata perché sia coltivata e custodita; ci aiuta a trovare modelli di sviluppo che non si basino solo sull’utilità e sul profitto, ma che considerino il creato come dono, di cui tutti siamo debitori; ci insegna a individuare forme giuste di governo, riconoscendo che l’autorità viene da Dio per essere al servizio del bene comune» (n. 55).
Infine, la fede rende possibile il perdono e ne fa fare esperienza nel chiederlo, nell’accoglierlo e nel donarlo: e questo è condizione di vita e di salvezza per tutti. «La fede afferma anche la possibilità del perdono, che necessita molte volte di tempo, di fatica, di pazienza e di impegno; perdono possibile se si scopre che il bene è sempre più originario e più forte del male, che la parola con cui Dio afferma la nostra vita è più profonda di tutte le nostre negazioni» (ibidem).
Infine, è il dramma della sofferenza che trova luce nella fede: esperienza universalmente umana, il soffrire può essere semplicemente rifiutato, generando disperazione quando si è nell’impossibilità di vincerlo; o può essere vissuto dando ad esso un senso, che ne faccia luogo di crescita e di umanizzazione con l’aiuto di Dio. «Il cristiano sa che la sofferenza non può essere eliminata, ma può ricevere un senso, può diventare atto di amore, affidamento alle mani di Dio che non ci abbandona e, in questo modo, essere una tappa di crescita della fede e dell’amore » (n. 57). Né questa certezza giustifica alcun disimpegno di fronte al dolore: la fede esige anzi e dona la forza di impegnarsi senza riserve per il bene di tutti e l’aiuto a chi soffre. «All’uomo che soffre, Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna, di una storia di bene che si unisce ad ogni storia di sofferenza per aprire in essa un varco di luce» (n. 57). È questo anche lo stile della presenza caritatevole di chi crede accanto a ogni sofferenza umana, vicina o lontana.

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