Redazione

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Anche questo scandalo – così come, precedentemente, la violenza negli stadi o i problemi di doping – si può far risalire alla nostra cronica mancanza di cultura sportiva?
Sicuramente, aggiungendo un’amara considerazione: il calcio – profondamente radicato nei gusti e nelle passioni popolari – è un fenomeno tipicamente sociale e come tale risente di tutte le negatività della nostra società. Questo, però, non deve costituire un alibi. Per uscire dalla crisi occorre che tutte le componenti – comprese quelle giornalistiche e mediatiche – facciano un passo indietro e che il movimento torni a essere caratterizzato sì da un sano professionismo, ma senza le degenerazioni di carattere economico-finanziario.

Ma il calcio travolto dagli scandali è il volto malato dello sport, oppure il volto dello sport tout court? Di uno sport, cioè, in cui conta solo vincere, a qualsiasi costo e con ogni mezzo…
Spiace doverlo dire, ma temo che il calcio sia diventato un modello di riferimento anche per le altre discipline sportive pure nell’eccessiva importanza data al risultato. Parlavamo di cultura sportiva: da noi manca soprattutto la cultura della sconfitta. Quando si perde è un disastro, tant’è che la Nazionale seconda a Messico ’70 al rientro in patria è stata accolta a pomodori. Se arrivi secondo sei più bravo di tutti tranne uno; da noi, però, arrivare secondi è una tragedia, ed è forse meglio essere eliminati prima…

La rivalutazione degli “onesti perdenti”, allora, può rappresentare una lezione anche per altri ambiti di vita, dove si è tentati di preferire il “cattivo di successo” al “buono sfortunato”?
Potrebbe essere una chiave di lettura… Ti racconto un episodio: recentemente sono stato invitato a Verona dagli amici del Chievo, che volevano festeggiare il campionato a modo loro, in tutta semplicità. Ebbene, erano arrabbiati perché questo scandalo, in qualche modo, li ha privati della legittima possibilità di celebrare degnamente un ottimo torneo, condotto con mezzi limitati e tanti sacrifici. Ecco, asteniamoci dalla “caccia alle streghe”, per cui il calcio è tutto marcio: occorre fare dei distinguo e coloro che hanno la coscienza a posto hanno pienamente diritto di vedere valorizzati i propri comportamenti e i propri risultati.

Lo sport ha sempre difeso orgogliosamente la sua autonomia dalla politica. Negli ultimi anni a più riprese si è parlato di conflitti di interesse e ora, per la prima volta, il Governo ha istituito uno specifico ministero…
Da quando lo sport italiano si gloriava della sua indipendenza molte cose sono cambiate: è venuta meno l’autosufficienza economica derivante dai proventi del Totocalcio e le società sono diventate spa aventi fini di lucro, per non parlare di quelle quotate in Borsa. L’impatto della politica si era già fatto sentire, per esempio, con i cosiddetti decreti “spalma-debiti” varati dal Governo Berlusconi. È giusto che ci sia attenzione da parte del mondo politico, purché poi l’attenzione non si trasformi in un’ingerenza tale da snaturare completamente il senso e la funzione del “governo” sportivo per eccellenza, che resta il Coni.

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