La catechesi per i pellegrini della Diocesi è stata tenuta da padre Serighelli nella Basilica di Santa Bernadette seguita da un intervento dell'Arcivescovo sul Beato cardinale

di Annamaria BRACCINI

Lourdes 22 Basilica di Santa Bernadette

«A Lourdes la ricerca è quella di un fondamento solido che resiste nel tempo. In una società sempre più liquida e confusa come è la nostra, desideriamo trovare un porto sicuro. Maria è qui per questo». Così come aveva compreso il Beato Andrea Carlo Ferrari che visse nell’affidamento a Maria. A dirlo è padre Giuseppe Serighelli, cappellano di lingua italiana a Lourdes da 9 anni, religioso Passionista, a lungo in Diocesi di Milano anche come parroco. Una conferenza articolata e profonda, la sua, dedicata appunto al cardinale Ferrari, nel centenario della morte che il pellegrinaggio diocesano intende, appunto, ricordare.
La comunicazione alla quale, presso la basilica di Santa Bernadette partecipano un gran numero di pellegrini, viene introdotta da padre Olivier Ribadeau Dumas, rettore del Santuario. «Non si può immaginare Lourdes senza gli italiani», spiega. «La missione del Santuario, dopo questi 2 anni difficili, è ancora più attuale adesso che prima del Covid. Abbiamo fiducia e, dunque, la risposta all’incertezza è la fiducia. Abbiamo provato la vulnerabilità, e qui la risposta è la fraternità».
Una scommessa già vinta anche nei lunghi mesi della grande paura, della Lourdes deserta, ma dove in modo virtuale collegandosi via video, alla Messa partecipavano anche 70.000-90.000 persone come racconta padre Nicola Ventriglia, volto noto dei media per il Rosario trasmesso ogni sera in lingua italiana dal Grotta.
Padre Serighelli avvia il suo intervento dal concettto ddell’amabilità, suggerito dall’Arcivescoc nella Messa presieduta in Duomo proprio in memoria del predecessore Ferrari, nato il 13 agosto 1850 a Lalatta (Parma), divenuto Pastore di Milano il 21 maggio 1894 a soli 44 anni – in precedenza aveva guidato le diocesi di Guastalla e di Como, e scomparso dopo una dolorosa malattia che gli aveva tolto la parola, il 2 febbraio 1921.
«Che senso ha oggi, in questo luogo, parlare di Ferrari, qui nel Santuario che ha amato e dove compì il suo ultimo pellegrinaggio?», si chiede il relatore in chiaro riferimento ala riconosciuta devozione mariana del Beato. «Una devozione testimoniata dal suo stemma e dal motto episcopale, “Tu fortitudo mea”, non a caso, titolo del pellegrinaggio. Egli amava la Madonnina, il Duomo, perché dedicato a Maria Nascente, ma anche recitare il rosario, con semplicità, nelle parrocchie di Milano ed è storicamente acclarato che non parlò mai al popolo senza citare la Madonna. Fu a Pompei, a Loreto, Caravaggio, e – per limitarsi al territorio della Diocesi -, a Rho, Saronno, alla Madonna del Bosco di Imbersago, a Inverigo, avendo una speciale predilezione per il Sacro Monte di Varese».
E non poteva che esserci un altro importante capitolo della vita del Cardinale che il suo pregrinare a Lourdes, dove fu, per la prima volta, nel 1899.
«Di ritorno a Milano scrisse, su questo, una Lettera pastorale particolarmente bella, pubblicata il 24 settembre 1899, ma mai riportata dalla Rivista Diicesana. una circostanza strana e particolare», osserva Serighelli che continua: «Tornò a Lourdes dal 6 al 12 febbraio 1920, come malato. L’intera sua vita suggerisce un vero e filiale affidamento sfociato in una piccola regola di vita mariana con un aspetto affettivo e non emotivo della fede. La sua incrollabile fiducia nella protezione della Madonna ha condotto Ferrari a servire Dio con serietà e i fratelli con tenerezza, come testimonia l’Opera a lui intitolata, un potente focolaio di cura e accoglienza, dove i poveri venivano chiamati – e così è ancora oggi -“i carisssimi” per la loro inviolabile dignità umana».
Una ricostruzione puntale della figura ferrariana cui fa eco la riflessione finale del vescovo Mario che fece precedere il suo ingresso solenne a Milano, avvenuto il 24 settembre di 4 anni fa, da un suo pellegrinaggio nei Santuari mariani. Richiamando i tratti specifici dell’episcopato del predecessore, monsignor Delpini osserva.
«Dalla fondazione degli oratori, al sostegno convinto per la fondazione dell’Universià Cattolica e a tante iniziative di carattere sociale in un tempo turbolento, con la Prima guerra mondiale e la pandemia della “Spagnola”, la forza interiore di questo uomo di Dio era poggiata alla fede e alla preghiera “Tu fortitudo mea”. La ricerca della fortezza è oggi fondamentale per affrontare il tempo che viviamo. L’incisività di ciascuno nella storia, è data dal credere che abbiamo un compito, che questa nostra terra, questo tempo hanno bisogno di gente forte. Noi milanesi e ambrosiani siamo fieri di mettercela tutta. Vogliamo tornare a casa con questo coraggio che traiamo da Maria, come il cardinale Ferrari».

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