Presso l'Auditorium San Carlo si è svolto l'incontro dedicato ai comunicatori locali, “Non chiedete il permesso, la passione di comunicare”, presente l'Arcivescovo. Oltre 100 i partecipanti provenienti da tutta la Diocesi

di Annamaria Braccini

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Il “grazie” che don Walter Magni, responsabile dell’Ufficio delle Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi e portavoce dell’Arcivescovo, scandisce all’inizio dell’incontro, “Non chiedete il permesso….- La passione di comunicare”, dedicato ai comunicatori locali, è la cifra per comprendere la logica della mattinata che si svolge, con oltre 100 partecipanti provenienti da ogni Zona della Chiesa ambrosiana, presso l’Auditorium San Carlo nel cuore di Milano. Convocazione a cui il vescovo Mario «in ascolto», per usare un’espressione di don Magni, assiste per l’intera mattinata.
Ma «qual è il senso di questa convocazione? Perché ci si trova? A cosa risponde questo appuntamento? Chi sono gli attori della comunicazione diocesana?», queste le domande da cui prende avvio la logica dell’incontro, nel quale vengono identificate brevemente – con i nomi e i rispettivi ruoli – la segreteria dell’Ufficio Comunicazioni di piazza Fontana Itl, l’Impresa Tecnoeditoriale Lombarda, che quotidianamente predispongono e compongono la comunicazione centrale diocesana. Presenti anche i vertici di Itl, con il presidente Pierantonio Palerma e il management, i collaboratori dell’Ufficio delle Comunicazioni, don Gianluca Bernardini – responsabile del Coordinamento dei Centri Culturali Cattolici, Presidente Acec Milano e don Luca Fossati, collaboratore per gli eventi, esperto di multimedialità e tra i conduttori dell’evento. Accanto a lui, i direttori Pino Nardi e Fabio Brenna, il primo del Portale www.chiesadimilano.it e Fabio Brenna di RadioMarconi.
Come secondo momento – dopo il 25 maggio scorso con un incontro “interno” e in vista del 26 febbraio che sarà dedicato ai «presbiteri, parroci, coadiutori e preti attenti al mondo della comunicazione» -, si realizza così un dialogo ampio fatto anche di domande e risposte realizzate in tempo reale attraverso gli smatphone.
Come a dire, non basta la notizia, ma occorre comprendere come fare sinergia sempre meglio.
A delineare l’orizzonte di riferimento è il giornalista di “Avvenire”, Alessandro Zaccuri che definisce i passi necessari da compiere per passare dall’informazione alla comunicazione, partendo proprio dalla differenza tra i due aspetti: «Oggi più che mai, informazione e comunicazione non sono questioni di prestigio, ma di responsabilità».
Se pure si può decidere di non informare, di non comunicare, con una sorta di “paradosso della porta chiusa” e se, comunque, chi ascolta, vede, legge i dati informativi «ha sempre ragione” perché (perché presta la propria attenzione), si tratta di esser consapevoli che “la gente”, come concetto astratto, ma esiste, ma esistono le persone da rispettare e capire. E, allora, cosa nel mare magnum – specie oggi di una comunicazione fatta di rumori assordanti, urla, fake news -, fa la differenza? Solo la «buona informazione», per cui Zaccuri conclude: «Il contesto attuale chiama tutti noi a investire sulle relazioni, ad affermare, anche nella rete e attraverso la rete, il carattere interpersonale della nostra umanità. A maggior ragione, noi cristiani siamo chiamati a manifestare quella comunione che segna la nostra identità di credenti. Il futuro passa più in fretta del passato, non è che tutti devono fare tutto, ma non si deve trascurati, anche sui particolari pratici».
Poi, un primo giro di domande da cui emerge, nelle risposte istantanee on line che vengono dal pubblico, l’importanza dei siti web come fonte informativa, la capacità dei comunicatori locali di essere in relazione con il territorio attraverso mezzi sempre più social come i gruppi WhatsApp, Telegram, Twitter, pur rimanendo centrali il riferimento ai bollettini parrocchiali e alle fonti diocesane come il Portale della Diocesi. Interessanti le 3 testimonianze che seguono il sondaggio.

Le tre testimonianze

Anzitutto, Giancarlo Melzi, responsabile di “Voce amica”, organo della Comunità Pastorale “Famiglia di Nazaret” a Cernusco sul Naviglio. Mensile storico, edito da 95 anni, senza interruzione nemmeno in tempo di guerra, spiega: «In redazione siamo 9, pubblicando 11 numeri all’anno, ora, di 48 pagine tirate in 3100 copie, di cui 2500 in abbonamento. Con un po’ di sano orgoglio pendiamo di non essere solo un bollettino parrocchiale, occupandoci delle cose della città.. Abbiamo riunioni redazionali frequenti ed è un bell’impegno. Pensare in anticipo al giornale ci permette di pensare la comunità: la redazione, pur con direttore responsabile e ultimo il parroco, è un luogo della responsabilità condivisa. La nostra è una realtà ricca di comunicazione, con alcune zone grigie come dell’età dei volontari, e la difficoltà di entrare in dialogo con i nuovi arrivati».
Mario Rossi, responsabile della comunicazione della CP “San Giovanni Paolo II”, a Milano in zona Greco, racconta del sito – peraltro professionale nella ideazione e struttura – che conta 7.440 accessi al mese. «Abbiamo una buona integrazione con la multietnicità del quartiere, in cui il sito fa da collante. Le pagine viste (39.812 al mese) sono aumentate per il fatto che, anche gli anziani, accedono ormai alle app della Liturgia delle Ore. Quasi 1000 sono le persone iscritte alla nostra mailing list alle quali, settimanalmente, viene inviata un’indicazione di headlines delle notizie del sito».
Significativa anche Emilia Flocchini amministratore della pagina Facebook, “Due Cortili”, espressione degli oratori delle parrocchie Maria Madre della Chiesa e San Barnaba in Gratosoglio che ha illustrato il “Campus della pace”, iniziato nel 2016 con l’incontro tra giovani di nazionalità diverse al quale, nel 2019, sono stati invitati molte centinaia di ragazzi dei Licei di Milano.
Si prosegue con altre domande via smartphone da cui emerge, per i comunicatori locali, la difficoltà di trovare collaboratori (quasi sempre su base volontaria), il sentirsi soli e il trovare il modo giusto per comunicare. Infine, prima dell’intervento conclusivo dell’Arcivescovo, i “desiderata”: maggiore collaborazione con il “centro”, avere strumenti per formarsi a scrivere in modo efficace. (vedi storytelling), aiuto nella gestione dei social.

L’intervento dell’Arcivescovo

«Da questa mattinata sono nate in me più domande che risposte. Mi pare che si possa interpretare la comunicazione, nei nostri contesti ecclesiali, con una pluralità di finalità: .far sapere cosa è successo e accadrà nella comunità, fare opinione, convocare .Questo richiede differenti strumenti», sottolinea il Vescovo evidenziano «gli aspetti che mi stanno a cuore».
«Anzitutto, le relazioni interpersonali, o comunque di comunità, con una reciprocità che diviene senso di appartenenza. Per questo io conto su di voi. abbiamo buoni professionisti, ma se la comunicazione non raggiunge lo scopo di edificare la comunità attraverso la relazione, fallisce.
La reciprocità è decisiva, e così anche l’informazione ha un suo senso autentico se va oltre la notizia e promuove relazione. Non è soltanto l’Ufficio Comunicazioni Sociali che deve cercare la gente, ma tutti insieme dobbiamo trovare dei modi per stringere legami. La nostra Diocesi deve trovare formule per stabilire relazioni che siamo multiple.
Se noi produciamo tanta comunicazione, ma che non “arriva”, non serve e significa che siamo missionari a metà. Poi, la comunicazione che tende a una convocazione, perché siamo a servizio della Chiesa. Questo è un aspetto che privilegerei. Convocare significa avere un’autorevolezza per dire che si può fare qualcosa insieme, magari di intendendo la pluralità delle iniziative per indicare un’appartenenza più convinta alla Chiesa».
Infine, un terzo, fondamentale, ultimo aspetto: la buona stampa (anche si può sostituire la parola, perché può parere antiquata). «É un servizio di sensibilizzazione e di promozione di alcuni strumenti che sono fatti per la Comunità. Il “porta a porta” non può essere un assedio alle persone perché leggano il Bollettino, ma una modalità per rilanciare la missione. La buona stampa può diventare bussare alle porte, senza aspettare solo che la gente entri nella pagina web o sul sito. Si tratta della capillarità nel raggiungere i destinatari con l’iniziativa personale».

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