Il Vicario generale monsignor Delpini presenta l’incontro di Seveso tra il cardinale Scola e i circa 200 sacerdoti ambrosiani ordinati negli ultimi dieci anni su alcune linee orientative sul Ministero

di Annamaria BRACCINI

monsignor Mario Delpini

Giovedì 18 settembre il cardinale Scola sarà nel Centro Pastorale Ambrosiano di Seveso per un incontro con i sacerdoti dell’Ismi e del secondo quinquennio di Messa, ossia con i preti ambrosiani ordinati negli ultimi dieci anni. La giornata (dalle 10) vedrà, quindi, la presenza di circa duecento presbiteri impegnati in quella che viene definita una «istruzione».

«Si tratterà dell’ascolto di una relazione dell’Arcivescovo contenente alcune linee orientative sul Ministero, ma ci sarà anche molto spazio per un confronto con domande – dice il vicario generale monsignor Mario Delpini, dal 2 settembre anche responsabile per la Formazione Permanente del Clero -. L’obiettivo sottolineato dal Cardinale è quello di intensificare il confronto con i sacerdoti per rendere più unito e comunionale il clero, aiutando al contempo, i preti a riflettere sulle loro difficoltà e impostazioni ministeriali. D’altra parte, quando il cardinale Schuster nel 1954 fondò l’Istituto Sacerdotale Maria Immacolata con sede nel Seminario di Saronno, aveva già ben presente la necessità di continuare a educarsi in un compito capace di incidere nella società».

E oggi, quali sono gli ambiti in cui si deve meglio configurare la formazione presbiterale?
Nel più ampio contesto che l’Arcivescovo vuole dedicare, quest’anno, alla Formazione permanente, rimane fondamentale l’aspetto che potremmo definire della «identità», nel senso di un’assunzione sempre più consapevole di cosa significhi il nostro essere preti. La formazione non è soltanto un aggiornamento, un’istruzione, un momento di esercizio spirituale o di ripensamento del proprio io, ma intende delinearsi come qualcosa di più profondo, ossia custodire e far maturare il «profilo» di ministro ordinato.

Un’identità, questa, che ha dei punti-cardine qualificanti?
Certamente. Anzitutto l’appartenenza al presbiterio: nessuno deve sentirsi isolato nei propri incarichi e responsabilità, ma occorre che tutti ci sentiamo membri di un ordine che ha nel Vescovo il principio di orientamento gerarchico e nei confratelli una trama di rapporti che rende possibile e proficuo lo svolgimento ordinario della missione. Il secondo punto fermo è, appunto, la missione come annuncio del Vangelo a tutti gli abitanti della Diocesi, facendosi carico dei cammini di fede di ciascuno.

Parlando ai nuovi parroci e responsabili di Comunità pastorali, il Cardinale ha evidenziato la necessità di «fare unità» con gli altri e in se stessi all’interno dei diversi momenti dell’impegno pastorale. Come trovare la giusta misura in un mondo frammentato come l’attuale?
Come ho detto, l’acquisizione prima deve essere quella di far parte di un insieme, ma bisogna anche ribadire alcune caratteristiche che, mi pare, siano peculiari della tradizione ambrosiana come la vicinanza alla vita delle persone, essendo sensibili – vorrei dire accessibili – di fronte ai problemi della gente. Penso a cosa ci insegna il Concilio, quando indica la fisionomia del prete in un uomo maturo, in cui le qualità caratteriali e l’impegno favoriscono dinamiche comunionali all’interno della comunità cristiana. E naturalmente, in questo, occorre essere sempre uomini di Dio. Se dovessi definire il prete in tre parole-chiave direi, dunque, l’appartenenza, la vicinanza, la vocazione.

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