Pubblichiamo ampi stralci della prefazione di monsignor Delpini al testo dell’enciclica nell’edizione curata da Centro ambrosiano

di monsignor Mario DELPINI
Arcivescovo di Milano

delpini

A me, vescovo e pastore di una Diocesi che ha coltivato per secoli i valori della fratellanza, dell’amicizia e della solidarietà, che ci ha consegnato questi valori come il tesoro da far fruttare, la denuncia del Papa suona come un campanello d’allarme che sprona a intraprendere ancora più seriamente i passi che insieme abbiamo delineato per abitare e affrontare l’attuale emergenza sanitaria e sociale, economica e antropologica. Si tratta anzitutto di imparare di nuovo l’arte dell’ascolto, perché divenga lo stile di vita che ci contraddistingue, sulle orme di san Francesco (cfr. n. 48): ascolto di Dio, del povero, del malato, della natura. Nella Proposta pastorale diocesana mi sono permesso di chiedere a ogni comunità di sostare proprio in questo ascolto, di farne un luogo di confronto e di dialogo con le sapienze che dentro la storia sono tracce e semi del Verbo. Papa Francesco ci incoraggia a percorrere questo sentiero, per «cercare insieme la verità nel dialogo, nella conversazione pacata o nella discussione appassionata» (n. 50).

L’ascolto che ci chiede papa Francesco è ben lontano dal semplice esercizio intellettuale della concentrazione. Lo richiede, ma lo integra in una postura ben più ampia. Tutto il secondo capitolo dell’enciclica è dedicato a un’attenta rilettura della parabola del buon samaritano. È lui – il buon samaritano – il ritratto della persona che ascolta, nella riflessione del Papa. Il suo è un ascolto a tutto campo, che sa riconoscere il bisogno superando steccati e frontiere; che sa ridefinire l’agenda delle priorità, che sa connettersi con altri soggetti e istituzioni in grado di sorreggere e sostenere questa capacità di ascolto che si fa aiuto e soccorso. Un ascolto che non rimane astratto e sterile, ma appunto si fa capacità di intervento, di trasformazione della storia.

L’enciclica di papa Francesco è un’ottima occasione per riprendere il cammino percorso in Diocesi in questi anni. Infatti, il venerato e caro cardinale Carlo Maria Martini, pastore indimenticato di questa Chiesa ambrosiana, ha proposto nel 1986 la lettera pastorale intitolata Farsi prossimo: ne abbiamo fatto tesoro, ha portato frutto, rimane un punto di riferimento. Ora l’enciclica ci impegna a rilanciare le energie e le intuizioni suscitate da quel progetto e rinvigorite dalla riflessione del Papa. In un’epoca di dittatura del rancore, in cui vincono come collanti sociali le logiche populiste (cfr. n. 155), il mondo, ma anche Milano, sente il bisogno di una affermazione serena, ma forte della logica dell’amore sociale e politico (cfr. n. 186)

Un simile ascolto ci permette di raccogliere segni promettenti di futuro anche là dove il cinismo sembra l’unica saggezza. Solo riconoscendo l’altro come degno di fiducia, perché nostro fratello, sarà possibile vivere quell’amicizia sociale – civica, la definiva il mio predecessore Angelo Scola – che non esclude nessuno, e la fraternità aperta a tutti (cfr. n. 94). Ho sviluppato queste idee nella Proposta pastorale 2020-2021 (Infonda Dio sapienza nel cuore. Si può evitare di essere stolti, 1.4: «Cercare insieme la sapienza: l’amicizia»).

Qui a Milano e nelle terre lombarde una simile attitudine ci sprona a immaginare nuove forme per essere prossimi alle povertà emerse in modo lacerante durante il periodo del confinamento: la situazione degli anziani e delle persone con disabilità (cfr. Ft n. 98 e la riflessione molto concreta e pregnante del n. 109). Proprio questo ci fa comprendere quanto sia necessaria una riflessione che riaggreghi e ricostruisca il soggetto collettivo (il «noi») attorno al tema del bene comune (cfr. n. 112), inteso come il bene dell’essere insieme, del condividere per sopravvivere, della solidarietà per rendere abitabile il pianeta. Abbiamo bisogno, anche qui in Lombardia, di un’economia e una politica che sappiano declinare nella concretezza dei progetti e delle imprese la convinzione che «il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale» (n. 120). La nostra Chiesa ambrosiana continuerà a vivere la sua vocazione a essere sale e luce per questa nostra terra e a recepire con gratitudine l’insegnamento di papa Francesco perché i mondi della politica, dell’economica e della finanza, delle imprese e del commercio possano ascoltare i ricchi e sapienti suggerimenti che i capitoli quarto e quinto contengono per favorire la realizzazione di una società fraterna e solidale, a partire dal tema che è la vera emergenza anche per le nostre terre: il lavoro (cfr. n. 162), soprattutto per i giovani. (…)

L’enciclica ci consegna come motore di tutto il processo che ci porta alla scoperta della fraternità e dell’amicizia sociale l’imperativo del dialogo, dell’ascolto e del riconoscimento reciproco. Come Diocesi abbiamo potuto apprezzare questo motore in funzione durante la celebrazione del Sinodo minore «Chiesa dalle genti». Come chiedo nella Proposta pastorale 2020-2021, si tratta ora di rendere più solida e robusta questa scoperta, di fare veramente del dialogo e della fraternità i collanti delle nostre realtà ecclesiali, le porte attraverso le quali ci sentiamo «Chiesa in uscita» (Lettera per l’inizio dell’anno pastorale, 3.1).

Un dialogo esigente. È possibile proprio perché è fondato sui pilastri della nostra fede, sulla verità che ci abita e ci anima (cfr. Ft nn. 226, 277), che ci rende così forti da essere capaci di amare fino al perdono (cfr. n. 236). È questo dialogo che ci permette di abitare situazioni inedite, come per noi a Milano è la presenza nelle nostre terre in modo ormai visibile di numerosi gruppi di fede islamica. Le pagine che papa Francesco dedica al commento della Dichiarazione di Abu Dhabi, nel capitolo ottavo, sono per la nostra Diocesi un caldo invito a proseguire nei processi di costruzione di un’amicizia sociale e di una fraternità che hanno il coraggio di confrontarsi anche con persone di altre fedi.

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