Presso il Cinema Teatro Cristallo di Cesano Boscone, l’Arcivescovo ha dialogato con lo psicoanalista Massimo Recalcati, a partire dal volume «Il gesto di Caino»

di Annamaria Braccini

Cesano Boscone
© Light Writer's Photos

Il dilemma di sempre, la scelta tra il bene e il male, tra l’istinto fratricida e la fratellanza, tra l’essere Caino o Abele. Al Cinema Teatro “Cristallo”, Sala della comunità di Cesano Boscone, la serata è speciale – «un dono», come viene definita – non solo perché si parla della storia dell’uomo e del suo rapporto con Dio, ma perché a dialogare sono l’arcivescovo, mons. Mario Delpini, e Massimo Recalcati, psicoanalista tra i più noti in Italia, direttore di Irpa, l’Istituto di ricerca di psicoanalisi applicata, fondatore nel 2003 di “Jonas”, Centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi, autore di numerosi saggi e collaboratore dei maggiori quotidiani. L’occasione è la pubblicazione proprio del suo ultimo volume «Il gesto di Caino» (Einaudi editore).

In tempo di pandemia, si è a distanza, il pubblico ascolta con la mascherina sul viso, tanti seguono la serata collegati sui social e, anche se la serata finale della tradizionale Festa patronale cesanese – giunta alla sua 40esima edizione, come dice il direttore Emilio Sestagalli, – è certamente diversa da come la si era immaginata, il successo è grande. A moderare il confronto è don Luigi Caldera, responsabile della Comunità pastorale di Cesano, «Madonna del Rosario»; in prima fila, con la fascia tricolore, siede il sindaco, Simone Negri.

«“Il gesto di Caino” è un piccolo libro», spiega subito Recalcati, richiamando anche la sua precedente pubblicazione, “La notte dei Getsemani”, «come parti di un lavoro che finirà nel 2022. Piccoli frammenti che non vogliono essere una riduzione delle verità bibliche alla psicoanalisi, ma una scoperta dell’uomo, perché, in tale dinamica, la Bibbia illumina verità che la psicoanalisi interpreta».

«La Bibbia mi interessa – prosegue infatti, l’autore – perché non chiude gli occhi e non si sottrae allo scandalo. Tanto è vero che la storia dell’uomo non inizia con l’amore per il prossimo, ma con la mano del fratello che uccide. Il primo gesto è di fratricidio. Caino e Abele sono le parti interne dell’uomo, da sempre in tensione, perché sarebbe ingiusto pensare che l’uno incarni il male assoluto e l’altro il bene assoluto». Così come sosteneva sant’Ambrogio, con un’intuizione non a caso ripresa dall’ebreo Freud, grande cultore della Bibbia.

Cosa insegna, dunque, la vicenda di Caino? «Che l’origine della violenza ha due matrici fondamentali: la frustrazione – Abele, il minore, spodesta il primogenito, il figlio che si crede l’unico che non vuol dire il figlio “unico” – e l’invidia per ciò che si vorrebbe essere e non si è. Se vogliamo capire Caino dobbiamo leggerlo attraverso Narciso».

Ma come inserire in questa logica – chiede don Caldera al vescovo Mario – «l’amicizia quale antidoto alla violenza e al male», come si legge nella Proposta pastorale 2020-2021 «Infonda Dio sapienza nel cuore»?

La risposta dell’Arcivescovo è chiara, partendo da un’interpretazione della Scrittura radicalmente differente da quella dello psicoanalista. Infatti, il punto di avvio non è il fratricidio o la narrazione di una storia, ma il tentativo di rispondere alla domanda sul perché esista il male.

«Se c’è del male, il pensiero devoto subito accusa Dio e allora nasce l’interrogativo e, insieme, la dichiarazione di due principi: Dio non è la causa – il male è un enigma, ma certo non viene da Dio – e il male non è una necessità che si impone a Caino, il quale è libero e potrebbe resistere. In una lettura cristiana occorre un approfondimento teologico che libera Dio dall’essere una causa e Caino una marionetta predestinata. La storia umana non è fatta solo di chi uccide, ma anche di chi è ucciso e Dio è dalla parte della vittima. La domanda teologica rimane l’intenzione più profonda della Bibbia».

Insomma – nota don Caldera rivolto al terapeuta -, non è un po’ forte definire l’umanità «una masnada di assassini con istinti criminogeni», usando, peraltro, un’espressone freudiana? «Ci dobbiamo impegnare per costruire relazioni di fratellanza generativa – risponde Recalcati – e, quindi, dobbiamo partire dalla dimensione aspra della realtà. Dire che prima c’è l’odio significa mettere in valore l’amore. La vera risposta a Caino non è Giacobbe che lotta con Dio, ma Gesù. L’amore per il prossimo sarebbe solo una retorica se non assumessimo la costruzione dell’amore con fatica. Gli esseri umani, talvolta, preferiscono la violenza al dialogo, perché l’antidoto alla violenza è la parola, come testimonia Dio che parla, mentre Caino si rifiuta, rispondendo, in modo umanissimo – “sono forse il guardiano di mio fratello?” – e negando la sua responsabilità. Essere per l’amore vuol dire poter rischiare la vita. Diventare uomini è un percorso faticoso, che implica imparare».

Interessante – in una lettura che si potrebbe chiamare antropologica – la vicenda successiva di Caino che, in Genesi, diviene il primo costruttore di una città, alla quale dà il nome del figlio, Enoch, che significa, in ebraico, “iniziato”.

Nasce qui la questione dell’educazione, sottolineata da Recalcati, a partire anche dalla sua pratica clinica. «Il problema è far nascere la legge nel cuore, non imporre regole che trasformano i bambini in piccoli robot. La vita si umanizza se si incorpora il senso della legge, ma il nostro tempo, che parifica il bambino con l’adulto e gli adulti con i bambini, ci mette in grande disorientamento, tanto che vedo sempre meno sensi di colpa e assunzione di responsabilità nei miei pazienti. C’è vita adulta solo quando si ci si assume la responsabilità dei propri atti».

La parola torna all’Arcivescovo. «L’albero proibito è quello della conoscenza del bene e del male. Il non mangiare di questo albero non vuol dire rassegnarsi al limite, ma ricevere la sapienza come un dono. Il sapiente di Israele dice che il principio della sapienza è il timore di Dio e che, solo ascoltando la sua rivelazione, possiamo sapere cosa sia il bene e cosa il male. Il destino non è rassegnarsi a non essere Dio, ma ricevere da Lui la vita».

Il riferimento è al sottotitolo della Proposta pastorale, «si può evitare di essere stolti»: «Per non essere stolti, bisogna essere umili, disponibili al dono della vita di Dio».

«Il sangue di Abele grida verso Dio. Ciò non dice che gli ultimi hanno una loro rivincita o che vi sia un trionfo del bene sul male – l’ambiguità della storia, che non è un percorso lineare, permane -, ma indica che c’è una strada che Dio percorre per introdurre alla sua vita».

Se la parola che racchiude tutto questo, per il Vescovo, è la speranza – «dobbiamo dire che esiste» -, Recalcati torna, invece, all’idea di una storia dell’uomo che «fa irruzione con la cacciata dall’Eden».

Come non pensare all’attualità? «Vedere lo straniero come un intruso, il fratello come una minaccia, è una dimensione connaturata e nasce da una spinta alla divinizzazione dell’uomo che oggi è diffusissima».

In conclusione, è l’Arcivescovo a obiettare. «Noi intendiamo la natura dell’uomo non come qualcosa di definito, ma come una libertà complicata chiamata a definirsi, che può scegliere tra bene e male. L’invito alla speranza non è un specie di omologazione deprimente che dimentica un progresso promettente. I cristiani pensano che la vita sia una vocazione e che la possibilità di scegliere la fraternità sia il servizio, un modo di rendere bella la vita e non un’imposizione. Io credo che ci sia nella storia umana una voce che chiama al bene e che molti di noi l’abbiano scelta, anche se non siamo perfetti».

La concretizzazione di quanto il vescovo Mario suggerisce, arriva quando Massino Recalcati gli chiede come viva il postcovid.

«Ribadisco che questo tempo, con tutte le sue limitazioni e il trauma che abbiamo subito, continua a essere un’occasione, perché il futuro non è scritto negli astri, ma nella nostra libertà. Si può scappare o andare a curare i malati. È un tempo forse più incerto e complicato: ma preferisco dire che il futuro non sarà né migliore, né peggiore, sarà come lo faremo, insieme, con un’impresa che renda abitabile il pianeta e desiderabile la vita. Questo è il nostro compito».

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