In Duomo monsignor Delpini ha presieduto la celebrazione della Messa crismale, esprimendo parole di ammirazione per il clero: «Vi ringrazio per la vostra testimonianza»

di Annamaria Braccini

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«Abbiamo vissuto tempi tribolati, ma abbiamo continuato a consolare con le parole di Gesù. Abbiamo celebrato tanti, troppi funerali, ma abbiamo continuato ad annunciare il Vangelo della risurrezione: vi ammiro, vi ringrazio e vorrei farvi sentire la mia prossimità e il mio incoraggiamento. Abbiamo attraversato, come tutti, momenti di smarrimento, di paura, forse anche di depressione, ma abbiamo continuato a tenere fisso lo sguardo su Gesù. Vi ringrazio per la vostra testimonianza».

L’emozione che fa vibrare anche la voce dell’Arcivescovo, nel rivolgersi così ai suoi preti, dice per intero quanto sia stata attesa e partecipata la Messa crismale di questo anno, che vede ancora numeri contingentati, distanziamenti e mascherine, ma che in Duomo viene presieduta dall’Arcivescovo nella data liturgicamente corretta, la mattina del giovedì santo, mentre l’anno scorso ebbe luogo appena fu possibile, il 28 maggio. Sono 160 i presbiteri presenti in Cattedrale: tra loro, i membri del Consiglio episcopale milanese e del Capitolo metropolitano, significativamente la classe di sacerdoti ordinati il 5 settembre 2020, parroci e responsabili di Comunità pastorali. Concelebrano il Rito dodici Vescovi e prendono parte alla Messa anche rappresentanze di diaconi, consacrati e consacrate e dei seminaristi.

Di «grande emozione e di un grande segno», parla in apertura l’Arcivescovo che, poco dopo, nella sua articolata e approfondita omelia, torna sul momento presente e sugli auspici per il futuro, «l’anno di grazia che inizia con questa Pasqua». Anno da vivere con alcuni tratti specifici che potranno squarciare «quell’intimità inaccessibile nella quale si è insinuato un principio di tristezza».

«Nell’intimità della Chiesa ha attecchito pertanto una specie di imperativo di sopravvivenza, insieme con la constatazione di un declino desolante. Nell’intimità dei credenti ha preso dimora una specie di scoraggiamento risentito e la ricerca di rimedi al principio di tristezza con doni e sacrifici, con distrazioni o ricerche di gratificazioni, con frenesia di lavoro o con la gelosa custodia di territori insindacabili del privato, si è rivelata un insieme di surrogati deludenti».

Ma per tutti viene la Pasqua, con l’annuncio di risurrezione. «Non lasciate che Gesù rimanga sulla porta a bussare. Mentre siamo logorati dalle incertezze, mentre ci sentiamo tutti più poveri, mentre soffriamo di essere imprigionati dalla pandemia, mentre siamo incapaci di vedere con chiarezza il cammino da seguire, Gesù proclama l’anno di grazia del Signore».

Un tempo «che viene come il sole dopo la pioggia, la primavera dopo l’inverno, una sconfitta del virus dopo che siamo stati tanto duramente sconfitti per mesi» e che per la Chiesa, per i credenti, ma in particolare consacrati e consacrate, implica – scandisce – la responsabilità di essere testimoni».  Uomini e donne di Dio che sono tali se portano come segni distintivi alcuni tratti specifici che definiscono uno «stile». Anzitutto, l’amabilità. «Potremo essere a servizio dell’attrattiva di Gesù, se il nostro modo di fare è scostante, se il nostro linguaggio è sprezzante, se i nostri giudizi sono taglienti, se le nostre reazioni sono aggressive, maleducate, offensive? Come sarà comprensibile l’annuncio della misericordia di Dio che ci ha perdonati, se non usiamo misericordia verso i fratelli e le sorelle, se non sappiamo perdonare, se non cerchiamo la riconciliazione?».

Poi, le parole: «Viene il tempo per ritrovare le parole che vengono da quell’intimità segreta dove arde il fuoco dello Spirito, da quella sapienza che viene dall’alto, da quella bellezza che allarga il cuore e gli orizzonti. Siamo chiamati a imparare l’arte e la passione per parole edificanti, incoraggianti, per parole audaci che testimoniano l’audacia, per parole buone che aiutino a essere buoni, per parole sante che siano di stimolo alla santità, per parole sapienti, Basta quindi con le parole morte, stanche, tiepide, insipide; basta con le parole aspre, con le parole amare, con le parole usate per ferire».

Infine, quella che l’Arcivescovo definisce «la maestria della coralità» perché «la gente aspetta una musica che svegli il sentire all’entusiasmo, il pensare alla verità, il corpo alla danza. Non si cercano eroi solitari per imprese irripetibili, ma santi della coralità, artigiani di comunione, pazienti tessitori di rapporti fraterni, di scelte condivise, di quella disciplina del convergere, del consentire, del portare i pesi gli uni degli altri, per essere un cuore solo e un’anima sola».

Da qui la consegna a tutti i fratelli nel Ministero: «Diamo inizio all’anno di grazia: sia l’anno della consolazione, della guarigione, della lieta fortezza che accetta la sfida di rendere amabile il futuro».

E, forse, allora davvero la tristezza si scioglierà e la gran parte delle persone che guardano «i preti e diaconi da fuori, giudicando senza vedere, criticando senza discernere», comprenderanno che la Chiesa non «è un’istituzione invecchiata, affaticata, insignificante» e i preti non saranno «ridotti a presenze incomprensibili, guardati per curiosità più che con interesse, sopportati come ripetitori di parole morte e di prediche scontate». E si smuoverà il cuore anche di quelli «che pensano la Chiesa, come custode di tradizioni e di pratiche devote e se stessi i come credenti, fedeli alle cose imparate fin da piccoli e alle preghierine da recitare ogni sera».

Al termine dell’omelia il momento della rinnovazione delle promesse sacerdotali e la liturgia eucaristica con la consacrazione del crisma e la benedizione degli oli che l’Arcivescovo stesso porterà personalmente domani mattina a Lecco, Seveso e Varese.

Concludendo la Messa, dopo l’applauso che accoglie gli auguri pasquali rivolti all’Arcivescovo dal Vicario generale, monsignor Franco Agnesi, il pensiero è per le tante morti a causa del virus e  ancora di ringraziamento per i presbiteri, diaconi, consacrate, invitati, a portare «benedizione per altri confratelli e consorelle», non presenti, perché magari ancora colpiti dalla malattia. Annunciando la nomina di don Isacco Pagani a prorettore del Biennio teologico e del Corso propedeutico del Seminario, l’Arcivescovo si rivolge infine, ai seminaristi. «Voi avete la grazia di essere, non solo un dono prezioso per il Ministero che vi aspetta, ma anche un segno per tutti i giovani sul tema della vocazione: siate gioiosi testimoni. Il seminario è davvero la pupilla dell’occhio dell’Arcivescovo».

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