Alle 16 il cardinale Scola porterà un messaggio di speranza tra i reclusi del carcere di massima sicurezza. Prima andrà in cappella per benedire le vetrate donate dalla Sesta Opera San Fedele e ora restaurate

di Luisa BOVE

Il 24 dicembre alle 16 il cardinale Angelo Scola celebrerà la Messa di Natale nella Casa di reclusione di Opera, un carcere di massima sicurezza che ospita oggi 1200-1300 detenuti. Alla celebrazione, che si svolgerà in teatro, perché la cappella conta solo 100 posti, parteciperanno in particolare i detenuti comuni.

Per i reclusi la visita dell’Arcivescovo è un gesto importante, assicura don Francesco Palumbo, cappellano dell’istituto di pena. «Avranno la possibilità di ascoltare la sua voce, le sue parole di speranza che aprono prospettive, che aiutano a guardare alla vita con un futuro, perché la Buona Notizia nel cuore opera, agisce e trasforma. Per loro è importante essere visitati, incontrati, sentire che c’è attenzione nei loro confronti, cura, perché spesso si sentono come in cantina. È un aspetto decisivo quello di essere riconosciuti e poter esprimere le loro attese, le loro difficoltà… Qualcuno ha famiglia, ma c’è chi non ha nessuno. Ognuno di loro sta vivendo l’elaborazione di quanto avvenuto, ma per quanto possano essere duri, i detenuti percepiscono di essere rifiutati dalla società, messi da parte».

Come vi state preparando al Natale?
Stiamo vivendo il tempo di Avvento e cerchiamo di farlo il più intensamente possibile. Già questo non è facile, perché tanti reclusi “impattano” con la celebrazione della domenica: per loro è qualcosa di strano in cui devono entrare, capire, non sanno come muoversi, magari resistono. È un dono, ma anche una fatica, vengono, la vivono, ma molti di loro non hanno grande esperienza religiosa. Già questo è un cammino importante.

E per la visita dell’Arcivescovo che cosa avete previsto?
Non ci sarà molto tempo, ma io sto chiedendo a loro di esprimersi attraverso scritti o pensieri in piccoli gruppi, così da consegnare al cardinale Scola un testo sintetico che dica quello che hanno nel cuore. La visita dell’Arcivescovo rappresenta per molti la visita del Signore, anche se ognuno lo elabora in modo diverso, ma lui incarna il Signore perché è più raggiungibile, più concreto.

C’è differenza tra credenti e non nell’affrontare anni di carcere duro? 
La difficoltà più grande, anche fisica, che può immaginare chi come noi è “fuori”, è che tutto è molto ristretto, la cella è piccola e gli spazi che i detenuti possono utilizzare sono limitati, stringono il cuore e pian piano chiudono la vita. A questo si aggiunge la difficoltà di tutti i giorni, con ritmi molto ridotti rispetto alla vita esterna. So che alcuni leggono la Bibbia e qualcuno altro testi religiosi… L’esperienza credente apre alcune possibilità di vita, cambia la prospettiva, allarga lo sguardo. Questo è evidente non solo per i cristiani, i cattolici, perché vedo che anche i musulmani che frequentano la moschea sono diversi.

A Natale ci sarà anche la benedizione della vetrata della cappella donata dai volontari della Sesta Opera San Fedele nel 2000 in occasione del Giubileo…
Molti vetri erano rotti o rovinati e ora la vetrata è stata restaurata (grazie al finanziamento della Fondazione Cariplo, ndr). Quando si entra in cappella l’unica decorazione che noi abbiamo sono appunto le vetrate che raffigurano le “opere di misericordia”. Hanno un significato simbolico, ma anche concreto: mi aiutano nella predicazione e i detenuti ogni tanto le sbirciano. L’Arcivescovo quindi andrà in cappella alle 15.30 per la benedizione e nell’occasione incontrerà i volontari della Sesta Opera, sia i cattolici, sia gli appartenenti ad altre confessioni e chi non vive l’esperienza religiosa. 

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