All’inaugurazione del nuovo reparto di terapia intensiva monsignor Delpini ha fatto riferimento alle contraddizioni che caratterizzano la politica e il rapporto tra l’uomo e la scienza

di Annamaria BRACCINI

ospedale sacco

Una struttura di eccellenza internazionale e unica in Italia. È il nuovo reparto di terapia intensiva dell’Ospedale “Luigi Sacco”, benedetto dall’Arcivescovo e inaugurato alla presenza di molti rappresentanti delle istituzioni nazionali e lombarde e dei vertici del nosocomio. Realizzato in soli 60 giorni di lavoro continuo, il Padiglione 51 è stato ristrutturato grazie alla donazione di 3 milioni di euro offerti da Ceetrus Italy, in cordata con ImmobiliarEuropea e Sal Service, tramite la joint venture Merlata Sviluppo.

La nuova struttura, da 10 posti-letto, è formata da 6 stanze di degenza isolate da zone filtro che garantiscono il massimo livello di bio-contenimento, grazie a un modernissimo e sofisticato sistema di ricambio d’aria che mantiene l’ambiente costantemente a pressione negativa o positiva, a seconda delle necessità sanitarie, proteggendo così sia i pazienti, sia gli operatori sanitari. La nuova sala di terapia intensiva sarà inoltre dotata di sistemi di accessi con porte automatiche interbloccate a tutela degli ambienti per la protezione delle degenze.

Insomma, una realizzazione che rende orgogliosi, anche per la proficua sinergia realizzata tra settore pubblico e privato, così come hanno sottolineato tutti gli interventi, tra cui quelli del viceministro dello Sviluppo economico Stefano Buffagni (in rappresentanza del premier Conte, che ha inviato comunque un suo messaggio), del viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, dell’assessore alla Sanità della Regione Lombardia Giulio Gallera e dell’assessore alle Politiche sociali e abitative del Comune Gabriele Rabaiotti in rappresentanza del Comune. Presenti anche molte altre autorità, tra cui il prefetto di Milano Renato Saccone. 

L’intervento dell’Arcivescovo

«Il vescovo, il sacerdote, è qui per portare la benedizione di Dio, per dire che Dio è alleato con il bene che gli uomini e le donne stanno facendo», dice l’Arcivescovo, sottolineando espressioni di gratitudine e ammirazione per ciò che è stato fatto e ribadendo «l’apprezzamento per il personale medico e il sistema sanitario che ha vissuto questo periodo sotto stress e con dedizione ammirevole». Una benedizione, tuttavia, «che non è una specie di parola magica che dice “andrà tutto bene” e che tutto è garantito, ma che è testimonianza dell’alleanza di Dio. Una forza invincibile che ci accompagna anche nella situazione tribolata in cui viviamo».

È «questa presenza di Dio invocata per tutti» che permette all’Arcivescovo di «segnalare» la propria impressione di «vivere dentro una situazione di contraddizione»: «Dalle parole che ho ascoltato, si respira come un modello ideale di collaborazione e di integrazione tra pubblico, privato, professionalità e generosità: una specie di idillio che ha portato a un’opera ammirevole. E pure, vi è contraddizione perché, appena si esce da questo contesto, subito sembra di respirare polemiche, accuse e critiche». Da qui la domanda: «Questa nostra società è fatta di alleanze o di contrapposizione?».

Entra – l’Arcivescovo – anche nello specifico: «Contraddizione perché pare di poter dire che la tecnologia, la scienza, la ricerca ci offrono strumenti sempre più potenti, quasi una garanzia che sconfiggeremo tutti i problemi e vinceremo tutti i mali, ma poi arriva l’evidenza che esiste un virus che ci sconfigge e un evento che ci sconcerta. La contraddizione è tra la fiducia nei nostri mezzi e la percezione della fragilità». E allora l’uomo che cos’è? «Un grande protagonista della storia o una vittima inerme degli eventi?».

E, ancora, una terza contraddizione: «In questo tempo, ho avvertito spesso come la medicina recuperi il senso della centralità della persona e l’attenzione all’individuo e alle sue relazione, ma poi la cura migliore sia l’isolamento. La persona è relazione, ma la terapia è isolarsi».

Da qui l’indicazione della possibilità di un superamento di queste tensioni, alle quali – suggerisce il Vescovo – non ci si può rassegnare, magari «creando le nostre cittadelle dove le cose funzionano e ignorare ciò che non funziona. A me sembra che bisogna andare oltre, che occorre una sintesi superiore in cui si compongano tutti questi elementi. L’umanità ha una vocazione all’“oltre” che chiede un’ulteriore sintesi».

«In questo momento, nel quale giustamente esprimiamo soddisfazione per ciò che si è realizzato, dobbiamo dire che abbiamo bisogno della benedizione di Dio per andare oltre. Siamo ancora in cammino. Il fatto che insieme a un risultato tecnologico, così apprezzabile, sia posto un totem che si chiama “Ospitone” – un’opera d’arte che allude a qualcosa non si può dedurre dalla scienza, ma che è un messaggio – e che nei reparti di terapia intensiva sia entrata la musica, indica che dobbiamo imparare a unire meglio sapienza e scienza, tecnologia e arte, libertà e condizioni».

Infatti, poco prima dell’inaugurazione del Padiglione viene anche svelata l’opera dell’artista Antonio Marras, ideata e realizzata per l’occasione e viene proiettato il video di un’esecuzione musicale del grande violinista Salvatore Accardo.

Le autorità

Alessandro Vìsconti, direttore generale dell’Ospedale Sacco, parla delle nuove sfide (al “Sacco” sono arrivati quasi 31 milioni di euro di donazioni complessive), «dopo 3 mesi di lavoro incessante, con 21 reparti interessati, 1250 operatori impegnati contro il Covid, 3111 interventi intensivi, 31.000 chiamate». Tra le prime realizzazioni previste, l’ampliamento del Pronto soccorso di infettivologia, una biobanca, l’elevazione degli standard di sicurezza infettivologica, la ristrutturazione di due reparti, per 60 posti letto, da trasformare anche in terapia subintensiva.

«Anche in un momento così drammatico, sono emerse le nostre qualità, un sistema sanitario forte, con i suoi baluardi come il Sacco, sempre di più una barriera, un pilastro, uno dei grandi centri della pianificazione che stiamo realizzando – osserva da parte sua Gallera -. È segno che non ci arrendiamo. È stata dura, non è finita, ma almeno oggi sappiamo qual è il nostro nemico. Stiamo rafforzando il territorio e lavoriamo perché, a ottobre, si trovi un sistema pronto a nuove emergenze che si dovessero presentare. In un momento ancora cupo, c’è comunque un motivo di orgoglio».

Per Sileri «questa epidemia ci ha insegnato che dobbiamo fare mea culpa, per gli scorsi 10 anni, in cui la sanità è stata considerata una sorta di Cenerentola. Però, la storia non la ferma nessuno e non passa la mano». Tre le “I” indicate: investigare cosa non è andato bene, imparare e, soprattutto, investire: «La cosa più importante. Se non investiamo, non riusciremo a cambiare il nostro sistema sanitario nazionale. Insieme, occorre capire ciò che è accaduto, ricostruire e ripartire».

Insomma, anche per Buffagni, 1000 e più motivi per lavorare insieme, come recita uno degli slogan che ha accompagnato l’inaugurazione: «Qualche problema c’è stato, ma è importante costruire non astronavi nel deserto, ma strutture che possano rimanere a servizio della comunità», così come accadrà per il Padiglione 51. «Mi fido di questo territorio, ne sono orgoglioso da membro di Governo, da cittadino e da lombardo».

 

 

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