Visita al Memoriale della Shoah in compagnia di Liliana Segre, che ha spiegato: «Ho voluto invitare qui un uomo di fede nella data del mio arrivo ad Auschwitz»

di Annamaria BRACCINI

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«Sovrastato dal troppo ingiusto soffrire, angosciato per quanto l’umanità possa essere crudele, tormentato dalla domanda di come sia stato possibile, ferito dalla memoria dell’indifferenza, preferisco il silenzio, invoco pietà, intravedo che sia ancora possibile sperare».
Sono queste le parole, vergate di getto, che l’Arcivescovo lascia scritte nel Libro d’Onore del Memoriale della Shoah “Binario 21”, al termine della sua visita.
Accompagnato dalla senatrice a vita, Liliana Segre, dal direttore del “Memoriale”, Roberto Jarach e da Milena Santerini, coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, il vescovo Mario – che ha più volte ha varcato i cancelli della struttura, ma mai nella sua veste di Arcivescovo – inizia il percorso proprio dalla grande scritta che domina l’ingresso, con quelle lettere cubitali “Indifferenza”, impresse su un muro lacerato al suo centro.
«Caricati su camion coperti da teloni, si attraversava la città tra l’indifferenza generale, sapendo già che saremmo partiti per ignota destinazione», dice Liliana Segre. «Mi sono battuta per questa scritta perché sono convinta che le cose avvengano anche per indifferenza. I ragazzi delle scuole chiedono il perché di questa parola e da qui si può partire per spiegare cosa sia stata la Shoah»
«I luoghi sono uguali, il vagone è simile ma, oggi, vi è un silenzio che è giusto che ci sia perché le persone partite da qui sono morte quasi tutte».
E i numeri, dicono tutto, con quel grande muro di fronte al quale si sosta commossi, notando con sgomento i 774 nomi e cognomi che vi sono scritti, in rosso chi è tornato, 27, in bianco chi è morto. Del convoglio sul quale fu deportata la senatrice, il 30 gennaio 1944 da “Binario 21”, su 605 prigionieri, i sopravvissuti furono 19. Forse, pensa a questo, l’Arcivescovo entrando, in silenzio, in uno dei vagoni.
«Nessuno di noi, una volta chiusi nel vagone in cui non c’era né luce, né acqua, si è accorto che il treno si muoveva. Un enorme elevatore (lo si può vedere ancora con impressionante chiarezza) portava i vagoni ai binari in superficie dove venivano agganciati gli agli altri, e si andava. Eravamo nel sottosuolo perché nessuno tra i milanesi doveva vedere».
E, mentre, si sente il rumore inconfondibile dei treni – non un effetto sonoro del Museo, ma sono proprio i treni, poco sopra, che si muovono in Stazione Centrale -, non si può non pensare alla tenacia di chi ha voluto il “Memoriale” là dove le Ferrovie dello Stato avevano pensato di adibire gli spazi a una discoteca o a un supermercato.
Difficoltà burocratiche, incomprensioni, mancate volontà, ma alla fine, dal 1996 per merito della Comunità di Sant’Egidio – dal gelo di “Binario 21” con i muri scrostati, il pavimento sporco, la patina di decenni di abbandono -, oggi il Memoriale è un Museo visitato dalle scolaresche, da tanti milanesi e non. Un luogo anche di accoglienza, che nell’emergenza degli arrivi dei profughi, ha ospitato in tre anni, nei mesi estivi, 7000 tra siriani, somali, eritrei, quasi tutti musulmani. 50 i letti, ma anche docce, ristoro, cibo, uno spazio giochi per i bambini.
«Per anni siamo venuti qui con il cardinale Martini e il rabbino capo Giuseppe Laras portando una piccola candela per un momento di raccoglimento», ricorda Segre, poco prima di entrare nello spazio di riflessione, a cui si accede da una sorta di camminamento ellittico in discesa, quasi per comprendere la discesa nell’orrore, ma anche nella nostra profondità del cuore. Si resta in silenzio, nel buio, per un minuto.
E, alla fine, dalla senatrice – che ha voluto che l’incontro con l’Arcivescovo si svolgesse proprio il 6 febbraio, giorno del suo arrivo in Auschwitz – giunge anche una confidenza: «Questa è una giornata in cui, con i miei figli, ci scambiamo un bacio speciale. È il giorno che ho visto mio padre per l’ultima volta. Ho creduto che il “Memoriale” avrebbe potuto ricevere un regalo, con la presenza di un uomo di fede. Lo dico io che non sono una donna di fede, ripensando a chi, nonostante tutto, anche nel vagone pregava. In quel momento ebrei molto religiosi, avevano un conforto, lodavano Dio. Forse, essendo sempre alla ricerca di ciò che non ho, mi è sembrato giusto invitare l’Arcivescovo, uomo di fede»

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