Questo l'augurio nella celebrazione della Parola in Curia per l’immissione nell’ufficio di quattro sacerdoti

di Annamaria Braccini

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Tre parole per dare e avere fiducia, coltivare la pazienza, costruire la comunione. Sono quelle che l’Arcivescovo indica a coloro che, con la celebrazione della Parola per l’immissione nell’ufficio di parroco e per l’avvio ufficiale di una Comunità pastorale, prestano il loro giuramento nella Cappella arcivescovile. Quattro i presbiteri interessati: don Giovanni Nava, che aggiunge la parrocchia di Besate al ministero svolto a Motta Visconti; don Giuseppe Pediglieri per Castelseprio e Gornate Olona; don Maurizio Pegoraro – accompagnato da 2 Vicari parrocchiali e da un Diacono permanente facenti parte della Diaconia – per la Comunità pastorale che riunisce le due realtà di Vimodrone; don Giovanni Piazza per Cabiate. Sono presenti il vicario generale, monsignor Franco Agnesi, il vescovo ausiliare e vicario episcopale della Zona pastorale II monsignor Giuseppe Vegezzi e il vicario episcopale della VII. Si leggono le letture previste per la celebrazione, dal profeta Geremia, dalla I Lettera ai Corinzi e dalla pagina del Vangelo di Giovanni al capitolo 10, il “Buon pastore”.

«È un momento particolare: la pandemia impone limiti e anche la conoscenza della nuova realtà sarà più lenta e più complicata. Desidero invocare per voi la speciale protezione di Dio e la forza dello Spirito», dice subito l’Arcivescovo. Poi, appunto, la proposta di tre parole-chiave. Anzitutto, la  fiducia, perché «la nostra missione non è un’impresa da gestire, ma una grazia da vivere». «Guardiamo alla verità e bellezza delle persone, ai problemi, alle difficoltà, alle strutture – la chiesa, l’oratorio, quelle che sono da mettere a posto e quelle che lo sono già -, guardiamo a tutto, ma con un animo che deve essere armato dalla fiducia. Siete mandati dal Vescovo e più ancora dal Signore e questa certezza del Signore che è con noi sempre deve sostenerci, anche quando siamo magari affaticati, abbiamo paura di non riuscire o troviamo fatica nelle collaborazioni. Fiducia significa avere il senso che siamo strumenti del Signore che attira a sé tutti e che, quindi, non dobbiamo permettere che lo scoraggiamento o la tristezza ci blocchino».

Seconda parola, la pazienza. «Dobbiamo credere che il tempo è amico del bene. Non dobbiamo avere fretta, ma pazienza, intelligenza e discernimento riguardo ciò che deve essere compiute, ma senza la pretesa di arrivare presto a dominare ogni cosa che sta a cuore. La pazienza significa anche ascoltare la realtà e le persone, aiutare gli altri ad avere pazienza. Pazienza con i collaboratori e nelle procedure perché, per ottenere risultati, dobbiamo creare comunione e intesa, e, per questo, ci vuole tempo».

Infine, la comunione. «Sentitevi mandato dal Vescovo per realizzare le linee pastorali proposte, essendo insieme come preti e Consiglio pastorale». Insomma, vivendo «l’appartenenza al Clero come grazia. Dobbiamo costruire tale comunione dentro la Comunità pastorale, nel Decanato, con il rapporto con i sacerdoti vicini e i preti anziani che hanno bisogno, magari, di speciale attenzione e di una visita».

Dopo l’omelia, la Professione di fede recitata coralmente, il Giuramento di fedeltà nell’assumere l’ufficio da esercitare, a nome della Chiesa – nel quale i parroci e responsabili di Comunità pastorali pongono le mani sul Vangelo, invocando l’aiuto del Signore – e la lettura del decreto di immissione in possesso, come previsto dal Diritto danonico. A conclusione, la preghiera universale, la benedizione e il canto della Salve Regina.

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