L'auspicio di mons. Delpini nella Messa prenatalizia celebrata martedì 15 dicembre nella Basilica dei Santi Apostoli e Nazaro Maggiore

di Annamaria BRACCINI

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Arrivano in gruppi, parlano, si salutano sul sagrato e sanno che avrebbero potuto essere molti di più se le regole di sicurezza imposte dalla pandemia, non ne avessero limitato il numero. Come ogni anno, la tradizionale Messa prenatalizia presieduta dall’Arcivescovo nella basilica dei Santi Apostoli e Nazaro Maggiore e dedicata agli universitari di Milano è, infatti, un momento atteso di preghiera, riflessione e aggregazione. E così è anche in questo 2020, tanto difficile e diverso che, tuttavia, non ha spento l’entusiasmo dei giovani e la loro tensione nella fede. Lo nota, nel suo saluto di benvenuto, don Marco Cianci, responsabile della Sezione Università che concelebra unitamente a oltre altri 10 sacerdoti, tra cui i responsabili del Servizio per i Giovani e l’Università, don Marco Fusi, del Servizio per l’Oratorio e lo Sport, don Stefano Guidi, e i cappellani di diversi Atenei.
«Siamo tutti consapevoli del periodo che stiamo vivendo ed è come se venisse riversato su ciascuno un sentore di tensione, una sorta di fragilità in tutti i campi, ma il dato di questa sera ci dice ben altro. Ci siamo radunati, ritrovati, respiriamo la bellezza di essere Chiesa. Abbiamo volti sorridenti perché sappiamo di essere nella mano d’un Altro, di essere amati dal Padre e che, se smarriamo ciò, nulla ci giova. Siamo qui, dopo una giornata di studi, perché desideriamo incontrare Gesù, perché il dramma di una vita sarebbe vivere nel tempo senza accorgerci di Lui».
Un “sorriso” condiviso dal vescovo Mario che, in riferimento alla Lettura del profeta Geremia, proclamata nella Liturgia della Parola – “Così dice il Signore, Dio d’Israele: scrivi in un libro tutte le cose che ti ho detto” -, sottolinea. «Non scriverò se sono andato a sciare o non se ho potuto abbuffarmi al cenone, scriverò quello che merita di essere scritto in un libro da leggere anche domani, perché il Signore mi ha parlato, mi ha aperto gli occhi per riconoscere la verità della vita, per interpretare il tempo che vivo, per decidere il senso del mio esistere, il fondamento della mia speranza».
E anche se non capiamo ogni cosa del discorso che il Signore ci rivolge, perché, magari, nemmeno lo ascoltiamo, essendo «troppo presi, preoccupati, disturbati, dai pensieri, dagli affetti, dalle scadenze, dalle distrazioni stupide», la verità è stata detta per sempre con «una promessa di salvezza».
«Credo che tutti noi dobbiamo ripercorrere queste settimane, rievocarne qualche momento particolarmente intenso», nella consapevolezza che «la salvezza è la liberazione dall’asservimento a un modo di pensare e di programmare la vita che è estraneo alla vocazione del popolo di Dio. Gli stranieri non sono i popoli, ma una mentalità di vivere».
Per questo, appunto, si può «vivere in ogni terra, frequentare ogni facoltà, interessarsi di ogni campo del sapere, prepararsi a ogni tipo di professione», ma – avverte l’Arcivescovo – «se saremo salvati non sarà per servire realtà estranee alla nostra vocazione, cioè logiche di profitto, di carrierismo, di avidità, ma per vivere nella libertà dei figli di Dio, con i criteri di Gesù».
Con una tale promessa nel cuore, si apre il futuro. «La salvezza è la promessa che merita di essere condivisa di generazione in generazione, è la promessa buona della vita. Mentre rischiamo di essere ossessionati dal trovare una sistemazione rassicurante nel presente, la promessa di Dio invita a guardare al futuro. Il futuro sono i figli, i bambini. La vocazione a essere madri e padri è una sfida per una generazione impaurita, complessata dalla sua inadeguatezza, spaventata da un’immagine del mondo deprimente. Ma proprio in questa condizione di desolazione, la promessa di Dio non è una specie di assicurazione che garantisce contro tutti gli imprevisti, ma un invito all’affidarsi. Il popolo che Dio vuole salvare non è composto da uomini e donne perfetti, capaci di risolvere tutti i problemi, è fatto da gente come noi che si fida di Dio, prendendo in mano quel pezzetto di mondo che ci è stato affidato». Sperimentando, così, l’esistenza come una vocazione scelta, ogni giorno, attraverso una precisa decisione, il “sì” al Signore. «La salvezza che Dio non ci promette un regalo o situazioni rassicuranti. Ci promette di prendersi cura di noi se rispondiamo alla sua chiamata. Oggi può essere un passo, un passo tra tanti, perché sei in cammino da tempo, oggi può essere il primo passo perché il Signore invita a smuoverti da una specie di sospensione, di situazione amorfa».
Infine, la consegna di un’immaginetta di augurio natalizio con il quale l’Arcivescovo «vorrebbe raggiungere tutti coloro che seguono il lavoro dell’Università da lontano» e l’incoraggiamento «a fare il punto della situazione sulla vita, confessando i peccati – i cappellani universitari il 23 e 24 dicembre confesseranno in Duomo -, perché dobbiamo avere un cuore puro davanti a Signore».

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