Nella Messa “in coena Domini” presieduta in Duomo, l’Arcivescovo ha compiuto la lavanda dei piedi a 12 giovani di vari continenti. In ogni chiesa il ricavato delle offerte destinato all'Opera Aiuto Fraterno

di Stefania CECCHETTI

Messa in coena Domini 2013

  C’era gratitudine e orgoglio negli occhi dei dodici giovani, provenienti da diversi continenti, che sedevano questo pomeriggio sull’altare del Duomo (l’elenco nel box sotto a sinistra). Forse anche un pizzico di imbarazzo da adolescenti, nel momento in cui si sono slacciati le scarpe da tennis per permettere al cardinale Scola di ripetere il gesto di Gesù verso i discepoli nell’ultima cena.

Si è aperta così la solenne Messa in coena Domini,celebrata in Duomo dall’Arcivescovo. La memoria dell’istituzione dell’Eucarestia – ha ricordato Scola nella sua omelia (in allegato nel box a sinistra) -, è il rito che «introduce ai misteri della Santa Pasqua». Una cena a cui Gesù ci invita di persona, come sottolinea il canto dopo il Vangelo intonato dal coro della voci bianche del Duomo: «Nemmeno la nostra fragilità e il nostro peccato – ha sottolineato il Cardinale – ci impediscono di partecipare. Per la misericordia di Dio, persino il nostro tradimento, nelle sue mille forme, non riesce a bloccarci».

Non si può, a questo punto, non pensare al tradimento di Pietro, ricordato nella Passione secondo Matteo proclamata durante la celebrazione. L’Arcivescovo ha fatto notare come l’ultima Cena di Gesù con i suoi discepoli sia narrata attraverso la doppia contrapposizione tra Giuda e il buon ladrone e tra Giuda e Pietro: «Ognuno di noi può riconoscersi di volta in volta in Giuda o nel buon ladrone, in Giuda o in Pietro. Ne abbiamo ben motivo. Ma ciò che conta veramente è Gesù, Egli è il protagonista che più potentemente riassume in sé tutto il dramma della Pasqua». Si è chiesto il Cardinale: «Perché questo mistero di amore misericordioso, fonte di sicura speranza, non provoca in noi come dovrebbe benefico dolore?». Da qui l’esortazione dell’Arcivescovo: «Inoltrandoci nei misteri della Pasqua, questa sera prima di addormentarci, chiediamo veramente, di cuore, perdono».

Il tema del perdono è centrale anche nella figura di Giona, protagonista della prima Lettura e icona del Mistero pasquale. Egli è gettato in mare, simbolo dell’abisso della morte, per espiare la propria colpa: «Perché, secondo un’antichissima tradizione, la liturgia ambrosiana ci propone in questa celebrazione eucaristica la figura di Giona? – si è chiesto Scola -. Egli è l’espressione dell’insopprimibile domanda umana di salvezza: chi mi salva e a quali condizioni?». Ed ecco la risposta: «La salvezza può venire solo da Dio, ma Dio vuole salvare gli uomini che ha creato liberi: Dio vuole figli, non schiavi e chiede l’assenso della nostra libertà, la cui forma suprema è l’accoglienza, il ricevere pieni di gratitudine».

A esprimere questa libertà «che accoglie il dono della salvezza, è l’assunzione da parte dell’uomo della responsabilità del proprio male e quindi l’invocazione del perdono. Il gesto di Gesù che lava i piedi ai Suoi, rivela che l’amore è di colui che serve. A noi, poveri uomini, chiede di lasciarci prendere a servizio». E qui il Cardinale ha ricordato un passaggio del primo Angelus di Papa Francesco: «Dio mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono».

Scola ha anche sottolineato come l’Ultima Cena non sia stata «la ripetizione rituale della Pasqua ebraica, e nemmeno una sua correzione, ma la Pasqua propria di Gesù, la Sua singolare Pasqua. Egli la inaugura e realizza già durante quel pasto. In questa Santa Eucaristia noi la viviamo qui e ora. Questa nuova Pasqua ha conseguenze decisive per i Suoi e, perciò, per noi». San Paolo, nella seconda Lettura ricorda che «chi mangia e beve senza riconoscere il corpo mangia e beve la propria condanna». Dunque, sottolinea l’Arcivescovo, «il mistero dell’Eucaristia chiede con forza la nostra fede (cioè riconoscere il Corpo e il Sangue) perché diventiamo parte del corpo del Signore». Allora Scola ha richiamato la domanda del padre del fanciullo che accompagna la Lettera pastorale Alla scoperta del Dio vicino, «a cui raccomando di tornare nella nostra riflessione personale e di gruppo: “Credo; aiuta la mia incredulità”».

Com’è consuetudine, le offerte dei fedeli nelle Messe in coena Domini celebrate in ogni chiesa della diocesi saranno destinate all’assistenza e alla cura dei sacerdoti anziani e ammalati, attraverso la Fondazione Opera Aiuto Fraterno.

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