L’Arcivescovo ha visitato, come tradizione nei giorni precedenti al Natale, l’Istituto Luigi Palazzolo della Fondazione Don Carlo Gnocchi. «Non siete soli perché siete benedetti da Dio per il bene che fate, le fatiche che affrontate»

di Annamaria BRACCINI

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«Anche se non possiamo celebrare la Messa natalizia a cui siamo affezionati, siamo comunque qui per un momento di preghiera».
A dire questo, entrato da poco nella grande chiesa interna all’Istituto Luigi Palazzolo-Fondazione Don Carlo Gnocchi, è l’Arcivescovo.
Di fronte a lui, per la Celebrazione della Liturgia della Parola, ci sono piccole rappresentanze degli ospiti, in prima fila, degli operatori sanitari, dei volontari, delle autorità civili e militari, dei vertici della Fondazione; non mancano le religiose della Cappellania e gli alpini con il labaro della Sezione di Milano. Accanto al vescovo Mario, in altare, don Enzo Barbante, presidente della Fondazione Don Gnocchi, monsignor Angelo Bazzari, presidente emerito, don Mauro Santoro, incaricato del Servizio di Pastorale della Salute per i disabili, il cappellano don Enzo Rasi che ringrazia per questa quarta visita di monsignor Delpini alla struttura e dice, richiamando le attività della Cappellania. «L’accoglie il popolo che qui vive e opera. Le diamo gioiosamente il benvenuto. Stiamo vivendo il paradosso di questa pandemia, uscendone rafforzati, guardando al futuro prossimo come un dono e uno sprone a costruire i nostri rapporti con condivisione e fraternità. Con la salda certezza che Dio non ci ha mai abbandonato, ricordiamo chi ci ha lasciato e chi è sempre rimasto sul suo campo di lavoro: sono eroi e meritano riconoscimento»

L’intervento dell’Arcivescovo

«Il nostro Dio è un Dio che vuole salvarci, vuole cioè renderci partecipi della sua vita eterna. Non vuole certamente il male, l’epidemia, la morte e la sofferenza. Di questi tempi, alcuni sono in crisi di fede – si chiedono perché accadano queste cose; se il Signore si è dimenticato di noi o se voglia castigarci – ma Dio è qui per salvarci», sottolinea l’Arcivescovo. E come fa questo? «Inviando tra noi tre sorelle sue collaboratrici». La prima è la «minaccia», quando dice che «se crediamo negli idoli – il potere, le ambizioni, il denaro – finiamo servi. Poi, ha mandato sulla terra la promessa che, invece, dice: “Se credete alla promessa di Dio arriverete alla terra promessa».
«Ma gli uomini di ogni tempo, di fronte alle parole sia di minaccia che di promessa, sono stati scettici e hanno reagito con indifferenza».
Infine, «di questi tempi, il Signore ha mandato la terza sorella che si chiama amabilità e che convince a fare il bene con la sua attrattiva». Quell’amabilità di cui parla san Paolo nella Lettera ai Filippesi – poco prima proclamata nella Liturgia e richiamata dal vescovo Mario – invitati a essere lieti nel Signore, appunto, con un’amabilità nota a tutti e con nel cuore ciò che è vero, nobile, buono e onorevole.
«L’amabilità non è una qualità naturale, non è avere un buon carattere, ma è frutto di un lungo esercizio, di una capacità di autocritica, di una lunga pazienza a esercitare le virtù. È attrattiva perché partecipa dell’amore e della comunione di Dio e, per questo, avvicina al Signore».
In questo luogo, con le sue tante forme di paura, fragilità, tristezza, Dio ha mandato l’amabilità che è il tratto di tante persone che vivono e lavorano qui», scandisce ancora l’Arcivescovo. «Io ho sempre percepito questo e, perciò, voglio ringraziare. Quello che rende sostenibile la vita in questo tempo e permette di poter celebrare anche questo Natale, è proprio l’amabilità, uno stile che dimostra l’amorevolezza che ci rende sempre più simili a Dio. Lasciamoci accompagnare da questa messaggera: se riusciamo a rivestire di amabilità le tante cose che facciamo, anche nei momenti difficili, vi può essere un tratto di serenità che rende sostenibile la vita, la fatica e il dolore. Dio ci convince che ci vuole bene mandando in mezzo a noi l’amabilità, come dimostra il rimpianto che lasciano tra la gente, talvolta anche dopo anni, i sacerdoti».

Il dialogo con i vertici della Fondazione

Dopo la conclusione della Celebrazione della Parola, il dialogo è con il direttore del “Palazzolo”, Antonio Troisi e con il presidente Barbante.
«Voglio raccontare – spiega commosso Troisi -, il nostro concetto di amabilità con, ad esempio, i medici e gli infermieri che, trasformandosi nella vestizione di ogni giorno da esseri umani a extraterrestri, hanno unito le forze e garantito sempre la dignità delle persone. Grazie alle suore e preti che hanno, con discrezione, pregato per noi». Ma il grazie, con i nomi scanditi a uno a uno, è anche per i tecnici, il personale amministrativo, i fornitori, i volontari, «chi ha tenuto vivo il rapporto tra i familiari degli ospiti e la struttura». «E, poi, nel momento più brutto della primavera scorsa è arrivata la telefonata di appoggio e sostegno del nostro Vescovo, grazie davvero a lei», conclude il direttore.
Don Barbate, da parte sua, osserva: «Abbiamo vissuto davvero un’esperienza straordinaria, essendo protagonisti di una vicenda di sofferenza drammatica, non solo toccando con mano i molti volti del male, ma anche spalancando i nostri cuori a una storia diversa. Quando c’è bisogno, il colore delle mani o l’appartenenza non conta – il richiamo è alla multiculturalità e multietnicità di chi opera al “Palazzolo” -: ci siamo misurati con il male per servire, mettendoci in gioco, scoprendoci anche noi fragili tra i fragili, improvvisamente presi a sberle, soli, dovendo trovare risorse per poter affrontare ciò di cui non si sapeva la fine. E questo ha voluto dire tornare alle nostre radici».
Il pensiero non può che andare ai due beati don Carlo Gnocchi e don Luigi Palazzolo – fondatori delle realtà di cui portano il nome – e alla loro fraternità, allo sguardo preveggente con cui seppero sostenere le povertà più povere.
«Ci siamo uniti, stretti, resi responsabili e necessari per chi operava in prima linea e abbiamo affrontato la sfida con le stesse parole di don Carlo, di don Luigi, di Gesù: “nella malattia non sei solo”. Ho sentito vicende che non troveranno mai spazio né sui giornali, né in televisione, ma che resteranno nella storia di questa grande realtà, sulla scia dei due beati».
Come a dire, con il titolo del Discorso alla Città 2020: “Tocca a noi, tutti insieme”, nella consapevolezza che «il vaccino non risolverà i problemi e che resteranno aperti moltissimi fronti». «Se non risponderemo con umiltà, generosità e fraternità – e, in questo, il Papa e l’Arcivescovo ci sono maestri – tutto questo non sarà servito. La tua presenza, don Mario, dice che il Signore ci è vicino».
Infine i doni, di alto significato simbolico, portati all’altare: un lenzuolo sgualcito con scritti tanti nomi di ospiti e operatori, un vaso di lacrime «con un fazzoletto che è segno della tristezza, ma che asciuga le lacrime», le candele per il bisogno di luce che abita i nostri cuori. E, ancora, portati da una degente, «i lavoretti dei nostri ospiti, perché ognuno ha la capacità di creare capolavori», i simboli del lavoro, con la divisa i guanti e la mascherina, e la stella cometa «perché guidi le menti di cuori di chi ci comanda verso la saggezza e l’ascolto».
Espressioni a cui fa eco un’ultima riflessione rivolta a tutti dall’Arcivescovo che, al termine della visita benedice il moderno passaggio che collega l’ingresso dell’Istituto alla chiesa. «Non siete soli perché siete benedetti da Dio per il bene che fate, le fatiche che affrontate, le risorse che sapete esprimere, le preoccupazioni che avete per il presente e il futuro. Per questi dubbi e crucci, per le domande senza risposte che nascono davanti ai tanti volti del male, siate benedetti da Dio».

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