Nella Basilica di San Nicolò l’Arcivescovo incontra i fedeli dei Decanati di Lecco, Primaluna e Alto Lario. Il Vicario episcopale monsignor Rolla: «Il punto nodale è l’educazione alla vita buona»

di Cristina CONTI

monsignor Maurizio Rolla

Giovedì 10 dicembre la visita pastorale “feriale” del cardinale Scola farà tappa nella Zona III. A Lecco, alle 21, nella Basilica di San Nicolò, l’Arcivescovo incontrerà i fedeli dei Decanati di Lecco, Primaluna e Alto Lario. «La visita pastorale punta a rendere le nostre comunità sempre più consapevoli della comunione che ci unisce nella santa Chiesa “radunata nello Spirito Santo dall’amore del suo Redentore” – spiega il vicario episcopale di Zona, monsignor Maurizio Rolla -. È una espressione della cura pastorale dell’Arcivescovo che si rende presente attraverso i suoi collaboratori per esercitare la sua responsabilità per convocare, guidare, incoraggiare, consolare il popolo santo di Dio che gli è stato affidato. C’è poi anche l’obiettivo di verificare la ricezione del magistero dell’Arcivescovo e delle priorità proposte nelle Lettere pastorali e nei suoi diversi interventi (l’educazione al pensiero di Cristo, la pluralità nell’unità, la Parola di Dio e la celebrazione eucaristica domenicale, la solidarietà con i poveri, la pastorale giovanile come pastorale vocazionale…)».

Come è stato preparato l’incontro?
Ogni Decanato ha fatto arrivare all’Arcivescovo un breve identikit da cui emergono le attenzioni pastorali in atto, le positività e le criticità del cammino cristiano, il modo in cui le priorità sono state vissute, il desiderio di un passo concreto da proporre per passare dalla “convenzione” alla “convinzione” della vita di fede. L’incontro con l’Arcivescovo ci porta di nuovo sulla rampa di lancio… Lo sguardo deve essere largo e mai chiuso!

Come definirebbe il vostro territorio?
Decisamente laborioso, creativo, socialmente e politicamente vivo. Non è un modo di dire: le cose, pur con tutti i distinguo possibili, si vedono. Le varie attività e iniziative territoriali non sono rimaste immuni dal setaccio della crisi ma, pur a denti stretti, ho notato che almeno la speranza qui non ha perso né casa, né lavoro. La politica e il sociale – pur non riuscendo a intervenire in tutte le necessità – non hanno comunque sbadigliato o dormito. A oggi, se il freno a mano della recessione dovesse continuare a rallentare la cosiddetta crescita, nessun soggetto può e deve dormire sonni tranquilli: il punto nodale e imprescindibile è quello dell’educazione alla vita buona, bella e vera, a ogni livello.

E quali iniziative nelle parrocchie si possono ricordare?
Sarebbe ingeneroso ricordarne una piuttosto che un’altra, dato che il lavoro su questo versante è di qualità, diversificato e sempre in atto: dai cineforum alle rappresentazioni teatrali, dal confronto sulle tematiche incandescenti alle riflessioni sulle questioni d’attualità. Centri culturali e associazioni di ispirazione cristiana, movimenti e scuole, gruppi e pro loco, iniziative istituzionali e libere offrono terreno fertile di pensiero e azione. Sembra non mancare proprio nulla, ma in tutto questo, talvolta, ci si arrotola su se stessi e ci si compiace! Servirebbe, invece, il coraggio di dilatarsi in convinzioni educative forti, in una mens seria e onesta per il bene comune, in una più decisa volontà di cambiamento. Il credente non può accontentarsi dell’impegno e della condivisione sui valori: la sua missione è fondare il tutto della vita in Gesù e, con disarmante semplicità, testimoniarlo ovunque!

Qual è il grado di integrazione degli immigrati?
Lecco è davvero una città… attraente anche per i non italiani, presenti in buon numero e integrati con risultati importanti. Le nazionalità vanno dall’America Latina all’Est europeo, dai Balcani all’Asia e da molte altre nazioni europee. Non mancano connazionali da altre regioni italiane. Se ci si sposta sui profughi, la situazione si fa piuttosto complessa e continua a essere decisamente fluida. Su questo fronte il lavoro non può onestamente diventare subito di integrazione, ma vedo che ci si impegna per fare ciò che serve per la prima accoglienza e per le necessità primarie. Lo sguardo ha però bisogno di intelligenza e lucidità. Il futuro, nemmeno troppo lontano, urge e, se non vogliamo correre il rischio di trasformare l’accoglienza in assistenzialismo, con conseguenze deleterie per tutti, occorre non lasciar fuori dai semi di cui è fatta l’accoglienza quelli fondamentali della responsabilità personale e della consapevolezza che i nuovi arrivati possono essere una risorsa.

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