Redazione

La tradizionale Veglia di preghiera dei lavoratori con l’Arcivescovo si è svolta quest’anno a Mezzana di Somma Lombardo. Tema della serata: “La speranza cristiana e il mondo del lavoro”. Le riflessioni dell’Arcivescovo.

di Giulio Viganò

Quest’anno si è scelto di celebrare la Veglia dei lavoratori presso il santuario della Madonna della Ghianda. Di solito erano luoghi di lavoro a ospitare l’incontro tra i lavoratori e l’Arcivescovo, alla vigilia del 1° maggio. Ma non è stata un fuga o un tentativo di ridurre a fatto puramente devozionale o intraecclesiale un appuntamento che ci proietta dentro il complesso mondo del lavoro.

Infatti, trovandoci a Mezzana di Somma Lombardo, non si è potuto fare a meno di pensare alla grande realtà della Malpensa che ha profondamente trasformato tutta l’attività lavorativa di quel territorio, con un ampio ricorso al lavoro flessibile o stagionale, con una crescente connotazione di precarietà strutturale. Su questa situazione ha insistito anche Luigi Mancini, delegato sindacale della Malpensa. Come non si è potuto non ricordare i 4 morti sul lavoro, che hanno interessato, nella settimana precedente il primo maggio, proprio la Zona pastorale in cui si celebrava la Veglia.

Poiché il tema era “La speranza cristiana e il mondo del lavoro” l’Arcivescovo ha subito chiarito che non è facile dare una risposta chiara e sicura alla domanda di speranza per il mondo del lavoro: «Per un uomo e una donna che lavorano, la speranza passa attraverso dei gesti molti concreti, si lega a obiettivi precisi che scadono ogni mese, coinvolge delle responsabilità che vanno onorate e mantenute, riguarda il danaro da guadagnare per mantenere la moglie o il marito, i figli, la famiglia, come pure per acquistare una casa e vivere degnamente in essa».

Non poteva mancare il richiamo a una politica capace di «elaborare una legislazione che offra garanzie e sviluppo, incoraggi il lavoro, stimoli l’intelligenza e l’operosità e non permetta che si abbandonino intere generazioni di giovani alla precarietà e moltissime persone di una certa età (diciamo, a questi fini, oltre i 45 anni) alla disoccupazione, anche se competenti e capaci. Ne va di mezzo una civiltà di valori e di conquiste, se è vero che la dignità si misura anche su questi parametri».

Tra gli inviti rivolti dall’Arcivescovo al migliaio di partecipanti ne vogliamo sottolineare due: il primo a incoraggiare la presenza di sindacalisti intelligenti e preparati e il secondo a farsi portavoce del lavoro nelle comunità cristiane; sembra, infatti, che il lavoro stia diventando, sempre più, un tabù di cui nessuno vuole parlare. .

Infine non è mancato il richiamo a offrire speranza a chi ne ha maggiormente bisogno: «Penso agli extracomunitari, ai quali può e deve andare la nostra attenzione, in un certo senso la stessa simpatia con cui accogliamo un nostro fratello o una nostra sorella. Essi vivono con la grande speranza di riscattarsi, ma anche con il disagio, anzi la sofferenza di sapersi non graditi, ma sopportati, quando non rifiutati». Credo che la Madonna, Madre della speranza, abbia apprezzato le riflessioni e le preghiere che il mondo del lavoro le ha voluto affidare.

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