Redazione

Monika aveva solo 13 anni quando nella piazza di Varsavia aspettava l’arrivo di Giovanni Paolo II. Forse allora non il significato di quell’evento, ma ne respirava l’atmosfera: tutti si aspettavano che Wojtyla potesse cambiare la loro vita.

di Monika Rybicka

Era una giornata calda di giugno del 1979 a Varsavia. Avevo appena compiuto 13 anni e stavo aspettando sulla piazza al centro di Varsavia (che allora si chiamava «Nomen Omen», piazza della Vittoria) l’arrivo del Papa, il “nostro” Papa Karol Wojtyła. Allora ero troppo giovane per capire bene il significato dell’evento, però respiravo l’atmosfera della grande emozione, della speranza che si leggeva negli occhi della gente, la speranza che questo Uomo potesse cambiare la nostra vita. Era l’epoca del comunismo e “cambiare la nostra vita” voleva dire tante cose.

Il culto non era proibito, ma la religione sembrava il grande assente nella vita publica. Vivevamo una specie di schizofrenia: lo Stato era ufficialmente ateo, anzi persecutore della religione, e la maggior parte dei polacchi credevano in Dio. Questo fatto creava al singolo un mare di problemi nella vita concreta di ogni giorno, anzitutto nella coscienza umana. In particolare lo Stato non era dalla nostra parte, il gruppo del partito comunista monopolizzava il potere privando di ogni libertà il resto dei connazionali.

Il pellegrinaggio del Papa ha risvegliato in noi il desiderio di libertà sia religiosa che politica. La gente ha alzato la testa, ha riscoperto la dignità, si è unita attorno ai valori che erano comuni al Papa e a noi, isolando completamente il regime comunista.

Oggi, guardando indietro non si può non vedere la netta connessione tra le parole proclamate dal Papa nel 1979 a Varsavia («Che lo Spirito Santo scenda e rinnovi la faccia della terra… questa terra», nella lingua polacca la parola “terra” è sinonimo di patria) e la nascita, l’anno dopo, del movimento «Solidarność» e poi il crollo del regime in Polonia nel 1989 che ha provocato il soffio della libertà in tutta l’Europa Centro-est.

Chi è stato per noi polacchi papa Giovani Paolo II non si può capire a prescindere da questi eventi, a prescindere cioè dalla situazione in cui ci eravamo trovati negli anni del comunismo. Analogamente, non si può capire Karol Wojtyla, la sua figura, il suo comportamento e insegnamento a prescindere dalle sue radici, dai tragici eventi della seconda guerra mondiale e dall’esperienza del comunismo, dalla cultura in cui era cresciuto e che l’hanno formato.

Tra due mesi compirò 39 anni e oggi, come 26 anni fa, mi trovo sulla stessa piazza al centro di Varsavia. Sono qui per unirmi con migliaia dei polacchi, donne e uomini, giovani e vecchi, che vi arrivano dalle varie zone della città e dai dintorni per fare memoria di Giovanni Paolo II accendendo un lume e ringraziarlo di tante cose. Ognuno porta nel cuore la propria intenzione e gratitudine.

E davvero c’è da ringraziare: per la libertà riacquistata, per l’autentico esempio di vita cristiana piena di umanità sul modello del Maestro Gesù Cristo, per l’esempio di amore alla patria aperto alle ricchezze presenti nelle varie tradizioni, culture e religioni, per l’insegnamento in cui ci ammoniva, che non si può costruire la democrazia senza valori umani, per essere l’icona dell’uomo, del cristiano, del polacco.

In questi ultimi giorni in Polonia stiamo vivendo una “rivoluzione morale”. Si prega sulle piazze e nelle chiese, si fa silenzio, si medita. L’intera nazione si è fermata per rendere onore all’Uomo che ha cambiato e, come possiamo osservare, sta cambiando la nostra vita.

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