Redazione

Edoardo Martinelli, ex allievo della scuola di don Milani, parla della sua esperienza come di «un periodo bellissimo che spesso mi manca». E racconta del rivoluzionario metodo di insegnamento del priore, capace di fare dell’isolata Barbiana un centro di studi e relazioni con tutta Italia e con il mondo. Ricordi in parti confluiti in un recente volume edito dalla società editrice fiorentina (vedi box).

di Stefania Cecchetti

Non tutti gli ex allievi di don Milani amano parlare dell’esperienza di Barbiana, temendo alcuni di banalizzare un ricordo prezioso. Edoardo Martinelli, classe 1950, l’ha fatto, regalandoci una chiacchierata intensa e appassionata su quello che ha definito «un periodo bellissimo che spesso mi manca». Originario dell’alta Lunigiana, Martinelli ha trascorso la sua infanzia a Rho, dove i suoi erano emigrati. Da lì comincia questa storia.

Come ha conosciuto don Milani?
Frequentavo la scuola media di Rho quando cominciarono le prime difficoltà scolastiche, che preoccuparono i miei. Avevo fratelli e sorelle impegnati nel sindacato e come dirigente a Rho c’era Maresco Baldini, uno dei primi allievi di don Milani a San Donato. Fu questa relazione che mi portò a Barbiana. Ci andai accompagnando in viaggio di nozze mia sorella e mio cognato, che avevano deciso di fare visita al priore e mi portarono per farmi eventualmente rimanere. Però non mi fermai subito. Ero abituato a vivere per strada, l’unico spazio vivibile in una casa piccola abitata da una famiglia di undici persone: non ero pronto ad abbandonare la vita che facevo per andare in vetta alla montagna. A quei tempi Barbiana impressionava per il grande isolamento. Poi, nel 1964, decisi di tornare e vi rimasi fino al 1967. Ho avuto la fortuna di vivere quel periodo meraviglioso legato alle grandi scritture collettive, Lettera ai giudici e Lettera a una professoressa, che fu anche l’ultimo periodo di vita del priore. Vivevo nella parrocchia, ospite di una famiglia di contadini, e frequentavo la scuola quotidianamente. Sono stato uno degli ultimi ad abbandonare Barbiana.

Nel gruppo eravate eterogenei, per esempio per idee politiche e religiose?
Eravamo eterogenei a cominciare dall’età, perché Barbiana era una pluriclasse. Ma per don Milani il fatto che ci fossero ragazzi che si aggregavano per categorie d’interesse e non per fasce d’età era un vantaggio, rientrava nella sua metodologia: il più grande aiutava il più piccolo. Comunque, all’epoca in cui vi partecipai, il gruppo ormai era formato per lo più da adolescenti, le differenze erano al massimo dai quindici ai diciotto anni.

Com’era la scuola di Barbiana?
Abituato alla cattedra, alla lavagna, al libro di testo, insomma a metodologie rigide, arrivai in questa scuola dove tutto si svolgeva intorno a un tavolo, se non all’aperto, con incarichi che ci portavano a Roma e a Firenze a fare ricerche di archivio. Tutti i miei schemi mentali rapidamente saltarono: dopo qualche mese nell’isolata Barbiana mi pareva di essere al centro del mondo. Arrivavano giornalisti, visitatori, leggevamo il giornale e ricevevamo molta posta. Le relazioni erano tantissime: con l’Africa, l’America, l’Inghilterra, la Germania, la Francia.

Qual era la filosofia educativa di don Milani? Leggendo una sua biografia, mi ha colpito sapere che non fu mai brillante a scuola…
Don Milani inseguiva solo i suoi interessi: qualsiasi scuola tradizionale l’avrebbe respinto, perché poteva essere era un pozzo di conoscenza in alcune cose e avere pesanti lacune in altre. Quando l’ho conosciuto aveva uno spessore culturale enorme: segno che questa metodologia nel tempo paga. Un metodo che io amo definire, usando i titoli di due capitoli della Lettera ai giudici, «dal motivo occasionale al motivo profondo». Il vero educatore non trasferisce conoscenze dall’alto al basso, ma dà gli strumenti per apprendere, conduce al nucleo forte delle discipline. Potevamo passare mesi e mesi su una singola questione, ma così i nostri schemi logici erano interdisciplinari, imparavamo a riflettere, a scrivere. Pensi solo alle ricerche fatte negli archivi di Stato a Roma: ci si muoveva sul territorio, era una metodologia che ti insegnava a vivere nel vero senso della parola, che non si poneva il problema delle nozioni. Andare all’estero, anche due, tre mesi all’anno, era il nostro vero esame.

Il priore era un maestro severo o affettuoso?
Don Milani non scherzava, ma del resto anche noi ragazzi provenivamo da situazioni di vita che non scherzavano. Barbiana era una scuola di emergenza, lui sapeva benissimo che, terminati quei due, tre anni saremmo andati a lavorare, quindi è logico che abbia sviluppato la rigidità di cui noi oggi gli siamo riconoscenti. Ma devo dire che la scuola di Barbiana era così piacevole che il tempo lungo non ci pesava. Io, che stavo in canonica, tornavo a scuola anche dopo cena, magari per vedere la proiezione di un film. Si immagini i film neorealisti visti e riflettuti con il priore di Barbiana: erano serate indimenticabili.

Com’era don Lorenzo come prete?
Un uomo di fede, più che di religione. La domenica ci faceva vere e proprie lezioni sulla Bibbia. La sua lettura dei testi ci apriva la mente, ci consentiva di non vedere le cose in maniera dogmatica, di abbandonarci a un messaggio che poi agiva da sé. Proprio perché uomo di fede, pensava che certe cose avvengono da sole, non si sentiva determinante. Piuttosto, lui si sentiva responsabile degli impedimenti: più che a indirizzarci, tendeva a liberarci.

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