Redazione

di Paolo Fumagalli
Milano

Mi sono accostato a Taizé nel 1990, quasi per caso: tra i mugolii, il nostro “don” quell’anno ci portò all’Incontro europeo di Praga, anzichè proporci la solita settimana bianca con l’oratorio. Io ero il più piccolo del gruppo. Ho vissuto un’esperienza fuori dall’ordinario: finalmente c’era qualcuno che ci ascoltava e ci parlava con un linguaggio diretto e semplice, comprensibile a tutti. Per la prima volta sentivo parole di fiducia nei confronti dei giovani e di conforto per chi la fede non l’aveva ancora trovata o l’aveva persa.

Sono iniziate a nascere le domande: la mia poca fede è comunque un dono? Che cosa aveva spinto 50 mila ragazzi per riunirsi a Praga? Che cosa cercavano? Quello che stavo cercando anch’io? Taizé non ha mai voluto dare risposte. Non si viene “imboccati”. Taizé fa nascere le domande nel nostro cuore, che diventano l’inizio di un percorso spirituale e umano. Ci dà lo slancio nel nostro cammino di fede e la forza di assumere responsabilità nella nostra parrocchia o nel quartiere. Visitando Taizé, Giovanni Paolo II disse: «Si passa da Taizé come si passa accanto a una fonte».

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