L’Arcivescovo ha celebrato l’Eucaristia nella parrocchia di Sant’Ilario, in festa per l’inaugurazione e la benedizione degli spazi del nuovo oratorio completamente ristrutturato. Durante la Messa ha anche conferito il mandato ai componenti della Comunità educante

di Annamaria Braccini

S. Ilario
© Gregorio Falbo

Un “benvenuto” in cui risuona «la grande e profonda gioia» di tutta la comunità parrocchiale di Sant’Ilario Vescovo, nel quartiere Gallaratese, dove l’Arcivescovo arriva – attesissimo – per inaugurare i locali dell’oratorio, completamente ristrutturato, nel giorno in cui tutta la Diocesi inizia il nuovo anno oratoriano.

In chiesa ci sono i bambini, le famiglie, gli anziani – come una coppia di sposi che compie 60 anni di matrimonio – e i ragazzi, come i minori non accompagnati, per cui verrà ultimato nei prossimi mesi uno spazio abitativo nei locali parrocchiali. Concelebrano la Messa, monsignor Carlo Azzimonti, vicario episcopale per la Zona pastorale I-Milano, don Stefano Guidi, direttore della Fondazione degli Oratori Milanesi e don Marco Ferrandi, il parroco, che porge il saluto iniziale. Non mancano le autorità, come Simone Zambelli presidente del Municipio 8 cittadino, il direttore di Caritas ambrosiana, Luciano Gualzetti, i professionisti che hanno curato la progettazione dell’edificio rinnovato e l’équipe di direzione dei Lavori.

L’omelia del vescovo Mario si fa, da subito, allusione alla situazione attuale e alla società, immaginata come una casa in cui vivono 5 sorelle.

La riflessione dell’Arcivescovo

«Nella Casa Libertà abitano 5 sorelle. La più piccola è la libertà bambina che ha l’abitudine dei capricci, eppure anche lei cerca gli abbracci e vuole essere coccolata. Non ama i rischi e non è pronta per le responsabilità». Poi, l’adolescente che si chiama la libertà confusa «sempre incerta e che non ascolta nessun consiglio; che è come una macchina che sta sempre agli incroci e non si decide mai per nessuna strada perché non sa dove andare. Ha mille possibilità, ma non ne realizza neppure una».

E, ancora, «la più grande si chiama la libertà stanca e non si aspetta niente dal futuro, si aspetta solo guai. Dice che è meglio l’inerzia e la ripetizione; che le abitudini sono più rassicuranti delle avventure e delle scelte coraggiose. Ama fare le cose che ha sempre fatto, dire le cose che ha sempre detto».

«La quarta è la libertà arrabbiata per la quale ogni regola e disciplina sono insopportabili, ogni richiamo suscita la sua reazione. È ribelle a ogni autorità, non riesce a stare con nessuno, né con gli altri e nemmeno con se stessa».

Infine, «la libertà felice, quella che ha sentito pronunciare il suo nome da una voce amica che l’ha condotta nei giardini dell’amore dove si è a servizio gli uni degli altri, là dove ci sono i fratelli e le sorelle da servire. La comunità cristiana celebra oggi, come ogni domenica, la libertà felice in questa città dove ci sono tutte le 5 sorelle». Lei «è dove si radunano coloro che liberamente decidono di praticare il grande comandamento», che non è l’imposizione di un precetto «che costringe a fare qualche cosa per convincere Dio a essere propizio, a essere benevolo, a dare qualche premio. Il grande comandamento è l’offerta di quel legame d’amore che corrisponde al desiderio profondo dell’anima e che chiama alla pienezza di vita. È, quindi, una strada di felicità, perché introduce al rapporto con il Signore che si chiama amore, superando ogni confusione e vivendo nella pace. La parrocchia e l’oratorio non sono fatti solo di mura e iniziative, sono, piuttosto, il luogo che tesse i rapporti, in cui gli adulti – in particolare la comunità educante – vogliono accompagnare i più giovani alla libertà felice. È una strada di semplicità, che dura per sempre. È una strada di guarigione per le forme di libertà malate che affliggono coloro che abitano nella città: il mondo deve essere aggiustato, la città invoca d’essere guarita, di poter sperimentare la gioia. Ma la guarigione è possibile solo se tutto è animato dalla decisione di amare e dalla gratitudine per essere amati, cioè dalla libertà felice».

«Benedetti gli uomini e le donne che si fanno avanti oggi e per tutto l’anno, al fine di dedicarsi all’impresa di condurre i ragazzi nel paese della libertà felice, la libertà che risponde alla vocazione ad amare». Insomma, tutti coloro che, poco dopo, si portano ai piedi dell’altare per il Mandato ad educatori, catechisti, dirigenti e allenatori dell’ASD Sant’Ilario, conferito dall’Arcivescovo stesso.

L’oratorio

A conclusione, don Ferrandi, ringraziando le varie realtà parrocchiali e chi sta lavorando nella ristrutturazione, sottolinea: «Siamo una comunità non bella, ma bellissima, che si sta esercitando a essere e a diventare la libertà felice».

Prima del momento conviviale con la comunità, la benedizione dell’oratorio, del coloratissimo murales che fa bella mostra di sé su uno dei muri esterni, realizzato da Giorgio, artista di strada del quartiere, e la visita ai locali in costruzione, completano – come meglio non si potrebbe – la mattinata.

«L’edificio parrocchiale ristrutturato (il completamento è previsto per fine novembre) vede anche la presenza di spazi adatti a ospitare 10 minori stranieri non accompagnati, cui si aggiungono 4 17-18enni che vivranno in un regime di semiautonomia, vista l’età. In questo caso, prevediamo di iniziare l’accoglienza da gennaio del 2021, con la gestione affidata alla Caritas Ambrosiana, attraverso la Cooperativa “Intrecci” del Consorzio Farsi Prossimo», spiega a margine il parroco, evidenziando il ridotto impatto ambientale della struttura realizzato «grazie a pannelli fotovoltaici sul tetto, pompe di calore e isolamento termico delle facciate, con un risparmio energetico del 30% e una minore spesa che permetterà di liberare risorse da dedicare all’attività pastorale». Un’applicazione dei principi di ecologia integrale che fa dell’oratorio di Sant’Ilario, forse, la prima struttura “Laudato si’”.

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