Redazione

Mons. Bagnasco nel suo discorso ha molto opportunamente ripreso la definizione di bene comune che ne dà la «Gaudium et spes»: «Bene comune concepito in forma dinamica come natura e fine della comunità politica». Mi riconosco in questa definizione. Perché riprende, sul piano sociale e politico, la storia di un tessuto vivo nel quale si sono innervate insieme le testimonianze e le biografie di testimoni importanti del cattolicesimo italiano. E perché sottolinea l’impegno dei laici cattolici verso la costruzione di quella che Lazzati definiva la “città dell’uomo” con le sue implicazioni e le sue caratterizzazioni.

di Stefano Lampertico

Mi è piaciuta molto la citazione del presidente della Cei, mons. Bagnasco, nel suo saluto ai partecipanti alla Settimana sociale dei cattolici italiani. Una breve citazione tratta da un grande documento conciliare, la Gaudium et Spes.

In quel testo così importante del Concilio Vaticano II, molto semplificando, si sottolineava il compito della Chiesa, e dei laici in primo luogo, a riallacciare profondi legami con gli uomini e le donne di buona volontà soprattutto nell’impegno comune per la pace, la giustizia, le libertà fondamentali.

Mons. Bagnasco nel suo discorso ha molto opportunamente ripreso la definizione di bene comune che ne dà la Gaudium et spes: «Bene comune concepito in forma dinamica come natura e fine della comunità politica».

Mi riconosco in questa definizione. Perché riprende, sul piano sociale e politico, la storia di un tessuto vivo nel quale si sono innervate insieme le testimonianze e le biografie di testimoni importanti del cattolicesimo italiano. E perché sottolinea l’impegno dei laici cattolici verso la costruzione di quella che Lazzati definiva la “città dell’uomo” con le sue implicazioni e le sue caratterizzazioni.

Il bene comune, come sottolinea la Sollicitudo rei socialis è «il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutti». Mi pare sia questa la via maestra da seguire per quanti, da cristiani, scelgono l’impegno socio-politico come forma di carità. Una via maestra che spesso si scontra con la quotidianità e con le difficoltà delle scelte.

Per questo condivido l’analisi che il professor Zamagni ha proposto, nella sua relazione, ai convegnisti. La sfida da raccogliere oggi, ed è una sfida che accompagna la difesa dei valori non negoziabili, è quella di battersi per restituire il principio del bene comune alla sfera pubblica.

«Il bene comune», è l’affermazione di Zamagni che sottoscrivo, «affermando il primato della relazione interpersonale sul suo esonero, del legame intersoggettivo sul bene donato, dell’identità personale sull’utile, deve poter trovare spazio di espressione ovunque, in qualunque ambito dell’agire umano, ivi compresa l’economia e la politica. Il messaggio centrale è dunque quello di pensare la carità, e quindi la fraternità, come cifra della condizione umana, vedendo nell’esercizio del dono gratuito il presupposto indispensabile affinché Stato e mercato possano funzionare avendo di mira il bene comune».
Di fronte, dunque, a un quadro di società che cambia, di fronte a un impegno che viene richiamato, i cattolici allora non possono rimanere inermi. Fosse solo per riaffermare il valore del proprio agire: che sta al centro della Carta costituzionale e che sta al centro del pensare politicamente: la persona umana, con i suoi diritti fondamentali. Un compito certamente non facile.

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