Esce in edizione aggiornata il volume di Marco Navoni che aiuta a vivere il vertice dell’intero anno liturgico

di Annamaria BRACCINI

libro Navoni

La Settimana santa, ma sarebbe meglio chiamarla “autentica”, definita così attualmente solo dalla tradizione ambrosiana, con il suo “cuore”, il Triduo pasquale, che è il vertice dell’intero anno liturgico e momento privilegiato offerto ai credenti per riflettere sulle proprie colpe, sulla fede, sul dono assoluto di un Dio fattosi uomo che, su quella croce di ignominia e di gloria, muore e redime tutti. Ma come comprendere a pieno il significato di questi giorni? Come entrare in una “logica” liturgica che non è mero esercizio di “archeologia” fine a se stesso, ma anzi cammino nella tradizione antica e presente, nella pedagogia della fede, nella spiritualità e nella concretezza dell’evento accaduto con la passione, la morte e la risurrezione del Signore?

Lo spiega monsignor Marco Navoni, dottore della Biblioteca Ambrosiana, studioso e docente di liturgia, pro presidente della Congregazione del rito ambrosiano, in un volume edito dal Centro Ambrosiano. Oltre 130 pagine insieme profonde, aggiornate – esce, infatti, con tutte le novità introdotte dal nuovo Lezionario nel 2008 -, attente allo sviluppo del periodo che va dal sabato “in Traditione Symboli”, precedente la domenica delle Palme, fino a Pasqua. Titolo, “La Settimana santa ambrosiana”, dove importante è anche il sottotitolo “Storia e spiritualità”.

«Ho voluto scegliere queste due espressioni, storia e spiritualità, appunto, perché ho inteso ricostruire la storia della Settimana santa secondo la liturgia ambrosiana con i suoi riti. Una storia che affonda le sue radici nella liturgia di Gerusalemme, della Città santa, dove si potevano rivivere la morte e la risurrezione del Signore negli stessi luoghi dove questi fatti sono avvenuti. Ma dal volume – come detto – si possono estrarre anche alcuni elementi di carattere spirituale. Anzitutto, la Settimana santa secondo il rito ambrosiano è un modo con il quale la liturgia prende per mano il fedele e lo accompagna a seguire, passo dopo passo, il Signore Gesù in quei tre giorni cruciali non solo per la vita dei cristiani, ma anche per la redenzione del mondo intero. Quindi, iniziando dall’ultima cena, la liturgia ci conduce lungo il momento dell’agonia nel Gétsemani, fino al processo davanti al Sinedrio e, poi, a Ponzio Pilato, la crocifissione, il silenzio del sepolcro, fino ad arrivare all’annuncio della Risurrezione che squarcia le tenebre della morte: “Cristo Signore è risorto: rendiamo grazie a Dio”».

Nella celebrazione del Venerdì santo – quando il Signore sulla croce pronuncia il suo ultimo grido – nella Cattedrale si fa buio, si interrompe la lettura del Vangelo di Matteo e si sosta in ginocchio. Si può dire che questo attimo liturgicamente e simbolicamente così suggestivo, sia il momento clou del Triduo? «Certo. Infatti dobbiamo tenere presente che in Cattedrale la tradizione propria del Duomo vuole che sia l’Arcivescovo stesso, ed è l’unica volta che ciò accade durante l’anno, e non un diacono, a proclamare il Vangelo nella Passione del Signore. Quando la narrazione giunge al momento centrale – allorché il Signore, dopo aver emesso un alto grido, emette anche lo Spirito, e dunque muore -, tutto si ferma: si spengono i lumi, calano le tenebre, viene spogliato l’altare che viene poi rivestito da un drappo violaceo, a indicare che la Chiesa entra in una fase di lutto. La Chiesa che è sposa di Gesù Cristo è privata del suo sposo, quindi, ogni cosa assume i contorni della tristezza e della perdita, pur nella certezza dell’attesa sicura sorretta dalla speranza. Un’attesa che verrà “completata”, ossia compiuta, nella Risurrezione. In quell’annuncio che il rito ambrosiano, sul modello del rito orientale bizantino, canta solennemente, con la voce crescente, tre volte».

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