Presiedendo la Processione e la Celebrazione eucaristica della Domenica delle Palme in Duomo, il Cardinale, ha richiamato il valore del Tempo verso la Pasqua, che ci apprestiamo a vivere

di Annamaria BRACCINI

Domenica delle Palme

La riconciliazione che è «la grande parola della Pasqua» e la speranza che, in questa domenica delle Palme, «deve animarci come cristiani liberi e consapevoli».
Fuori dalla Cattedrale, in cui si affollano migliaia e migliaia di persone, piove incessantemente e fa freddo, ma, dentro, il clima è di gioia e di luce per la celebrazione che segna l’inizio della Settimana Santa, Settimana “autentica”, come è definita dal Rito Ambrosiano. Anche la processione con l’Arcivescovo, i canonici e i fedeli che apre il Rito, deve svolgersi tra le navate, e non dalla chiesa di Santa Maria Annunciata in Camposanto, per la pioggia che sferza la città. Ma il pensiero è tutto per quella stessa processione che duemila anni fa, in una Gerusalemme in festa, gremita di pellegrini venuti da ogni regione d’Israele per Pesach – la Pasqua ebraica – , vide entrare il Signore Gesù: un “Re dei re”, che non aveva cavalcatura regale, ma solo quella di un puledro di asina, simbolo umile di pace.
Lo nota il Cardinale che presiede l’Eucaristia – sono presenti, come tradizione, anche i rappresentanti degli Ordini cavallereschi e delle Confraternite – e che, nella sua intensa omelia, saluta subito la comunità filippina, giunta in Cattedrale con moltissimi fedeli, e le altre molte nazionalità presenti. Ognuno parte e segno della «missione di Milano» e di quella «Lombardia chiamata a essere il cuore credente dell’Europa», come ha auspicato l’attuale papa emerito, Benedetto XVI, incontrando nella Visita ad Limina del febbraio scorso, appunto i Vescovi lombardi.
E, così, se il Duomo nelle solennità come quella che si sta celebrando, diventa anche il mosaico di tante etnie, culture e tradizioni diverse, è l’emblema dell’ulivo e delle palme a fare di tutti una comunità riunita nella certezza dell’unico primato, quello di Cristo. «Gesù, autore della pace», che ci rende «operatori di pace», «il Messia che sempre perdona – cita, il Cardinale, le bellissime parole di papa Francesco nel suo primo Angelus – e che ci riconcilia perché Lui è la misericordia», «fonte di speranza certa».
«L’episodio dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, proprio perché assunto nel suo pieno valore che comprende la croce in vista della risurrezione, ci dice che c’è speranza». Da qui l’invito a vivere da donne e uomini liberi, la Settimana autentica coscienti del cammino memoriale che vi si compirà: la passione, la morte e la risurrezione del Signore. Itinerario da rendere concreto nella vicinanza a chi oggi porta quotidianamente la propria croce, «in modo particolare per quanti sono nella prova fisica o morale, teniamo nel cuore in questa Settimana Santa i malati, i moribondi, i carcerati, gli immigrati, gli smarriti – soprattutto se giovani –, i poveri e gli emarginati di ogni sorta. Cerchiamo di essere con loro ospitali. Possano sentire attraverso di noi l’eco del Dio misericordioso che riconcilia e dà speranza».
E se il «frutto eminente della morte e risurrezione del Signore», è appunto la pace, nasce anche la sfida per noi, cristiani del terzo millennio, troppo spesso distratti da logiche mondane e da una fede ripetitiva e “stanca”.
Conclude, infatti, l’Arcivescovo: «La nostra supplica al Signore della pace non può non avere nel cuore le tragiche situazioni di guerre e di violenza che insanguinano il mondo. In particolare vogliamo partecipare al dolore dei cristiani martirizzati mentre partecipavano alla Santa Messa. Quale sfida alla nostra partecipazione spesso abitudinaria».
Sofferenza e gioia, umiliazione e ‘Osanna’, Passione, morte e risurrezione: tutto in questa Settimana deve essere compreso nella ‘compagnia’ di Colui che sale volontariamente sulla croce, che diviene, così, strumento eterno di vita, libertà, riconciliazione: questo l’augurio che arriva dal Cardinale, a fine della Messa, prima che una folla di fedeli lo circondi con un affetto grande che ‘riempie’ l’intera Cattedrale di voci e di calore.

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