Redazione

L’invito a “comunicare la fede” sembrerebbe innanzitutto chiedere alla famiglia di muoversi in un impegno di manifestazione e di esternazione della fede stessa. Ma nessuno comunica ciò che non ha. O meglio, la comunicazione può realizzarsi a partire dalla consapevolezza di ciò che si è e si possiede.

di don Silvano Caccia
responsabile Servizio per la famiglia

Ci stiamo introducendo alla seconda tappa del Percorso pastorale diocesano “L’amore di Dio è in mezzo a noi”, riassunta dall’invito “Famiglia comunica la tua fede” che il cardinal Tettamanzi nel solenne pontificale dell’8 settembre ha rivolto alle famiglie e alle comunità di tutta la nostra Chiesa diocesana. A questi due soggetti, invitati quasi ad un ideale “passo a due” nella danza della pastorale, il nostro Arcivescovo sta domandando scelte precise. Innanzitutto che non si dimentichi il motivo di fondo che ispira tutto il Percorso. “L’amore di Dio è in mezzo a noi” non è uno slogan consolatorio e vagamente rassicuratore. E’ invece la radice di quel realismo cristiano che si lamenta dalla gioia e dalla speranza che scaturiscono dalla Pasqua di Gesù.

Anzi, proprio attraverso il dono dello Spirito, l’amore viene riversato nei cuori e quindi ogni credente – in particolare gli sposi e le famiglie – è ancora di più “conquistato dalla speranza”. In questa linea anche le indicazioni dei vescovi italiani nella Nota a seguito del Convegno ecclesiale di Verona, rinnovano l’impegno a dare vita a una comunità ecclesiale che non solo – come si esprimeva il cardinal Tettamanzi – parli “di’”speranza, ma “con” speranza.

In secondo luogo è importante che il “passo a due” tra famiglia e comunità ecclesiale faccia proseguire lo stile dell’accoglienza-ascolto-condivisione che diverse occasioni dello scorso anno pastorale hanno consentito di vivere. I momenti di ascolto proposti, le voci raccolte, gli impegni confermati, le speranze accese hanno creato un solida base di appoggio per il lavoro comune tra famiglie, Consigli pastorali, comunità parrocchiali più ampie. Il gesto poi della consegna della Bibbia alle famiglie ha offerto l’indicazione della Parola per eccellenza alla quale ogni famiglia può rivolgersi e verso la quale va aiutata a orientarsi.

La seconda tappa quindi diventa l’occasione per confermare questi primi obiettivi e per far proseguire il dialogo. Anche in questi momenti, anche a fronte delle trasformazioni che stanno attraversando la vita delle famiglie e che non danno per scontato la presenza della fede in ogni famiglia, la comunità ecclesiale, mossa dalla fiducia nell’amore di Dio, vede nella famiglia una comunità che è originata e plasmata dalla fede e che a partire dalla fede porta un particolare contributo all’interno della Chiesa e della società.

L’invito a “comunicare la fede” sembrerebbe innanzitutto chiedere alla famiglia di muoversi in un impegno di manifestazione e di esternazione della fede stessa. Ma nessuno comunica ciò che non ha. O meglio, la comunicazione può realizzarsi a partire dalla consapevolezza di ciò che si è e si possiede. Ecco perchè il primo gesto dell’azione del comunicare è il fermarsi a riconoscere che la fede è un dono ricevuto e che la famiglia è un soggetto credente, generato dalla fede stessa.

Ma dov’è la fede nella famiglia? Dove si radica? Come qualifica la vita delle persone? E come può essere ravvivata per non correre il rischio di venir trascinata via dal fiume della vita? Dall’accoglienza e dalla consapevolezza di questo dono della fede può muoversi la comunicazione che impegna la famiglia soprattutto nella consegna della fede tra le generazioni. Anche questo compito delicato e prezioso viene iscritto nel campo del dialogo tra famiglia e comunità ecclesiale, già a partire dal quel primo momento – in occasione della nascita di un figlio – quando i genitori chiedono alla comunità ecclesiale il dono del Battesimo per i propri bambini.

Il capitolo della pastorale del tempo del battesimo si rivela sempre più un campo significativo e cruciale per la partenza e l’attuazione di questo compito proprio della famiglia, in stretto collegamento con la comunità ecclesiale. In questo rapporto emerge il modo proprio della famiglia di realizzare la comunicazione, in un intreccio molto stretto tra la fede e l’esperienza dell’amore. La fede si realizza in una vita cristiana che si esprime nell’amare come ha amato Gesù e la forma più alta dell’amore – che si compie nel dono della vita – non può non radicarsi nella fede in Dio.

Se questi orientamenti manifestano delle aspettative alte nei confronti della famiglia, sono anche segno di una fiducia, di una considerazione positiva di quello che è e che rappresenta. Ecco la perché la comunità ecclesiale si sente spinta a crescere nella sua attenzione pastorale e a trovare forme nuove di “accompagnamento” della famiglia. Uscendo anche dalle possibili ambiguità che questo termine può portare con sé.

La sequela per il Regno è sempre a caro prezzo e si tengono davanti agli occhi i passi di Gesù, che ci precede. Egli a Cana di Galilea non accolse solo la domanda di Maria a riguardo della gioia degli sposi, compromessa dalla improvvisa mancanza del vino. A Cana Gesù ascoltò anche la domanda del funzionario del re che chiedeva a Lui di far continuare a vivere il proprio figlio, gravemente ammalato. Così vuole essere l’accompagnamento della Chiesa perché in ogni stagione della vita delle famiglie, la parola del Vangelo possa essere annunciata e la presenza di Gesù condivisa, facendo proseguire nella storia la consegna della fede di generazione in generazione.

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi